JAINISM


 

la più antica Religione della Nonviolenza Universale



"AHIMSA PARMO DHARMA"

"La Nonviolenza è la Suprema Religione"  



 


Jai Jinendra!

Da oltre duemilacinquecento anni esiste sul nostro pianeta un caposaldo della Spiritualità e della Nonviolenza: il Jainismo.
La Spiritualità jainista si basa sulla regola aurea dell’Ahimsa, il rispetto attivo nei confronti di ogni Vita, animale e vegetale, che è divina e sacra, e contiene un’anima individuale eterna, potenzialmente perfetta e santa, che aspira a liberarsi dai vincoli con la materia.  La condotta dei Jain è dunque orientata al pacifismo, alla tolleranza, alla protezione della creazione e delle creature, alla continenza, alla mitezza, al vegetarismo, all’altruismo, alla sincerità, al perdono. 
Nel Jainismo cinque Regole principali sono:
Nonviolenza  Ahimsa
Castità  -  Brahmacharya   (o fedeltà coniugale per i laici sposati)
Verità e sincerità  -  Satya
Non rubare e non essere mai scorretti o sleali  -  Asteya
Non attaccamento
Aparigraha.

Il principale Mantra jainista è il Namokar Mantra:

Mi inchino alle Onorevoli Anime  Arihantas
Mi inchino alle Anime Liberate  -  Siddhanam
Mi inchino alle Guide Spirituali  -  Ayariyanam
Mi inchino ai Maestri Spirituali  -  Uvajjhayanam
Mi inchino a tutti i Santi  -  Loe Savva Sahunam
Questo quintuplice Omaggio
Distrugge tutti i peccati
Tra gli atti auspicali di devozione
Il Namokar Mantra è il più importante.






Da  "VegAgenda 2012"  Edizioni Sonda  -  di Claudia Pastorino:


“La Compassione è il dovere supremo di ogni essere vivente”  (Tattvarth Sutra)

Il Jainismo è antico di 2600 anni eppure fortemente in linea con i più vigorosi moderni Movimenti animalisti, pacifisti, ecumenisti, ambientalisti. Sorto in India e attualmente diffuso pressoché esclusivamente in India e in USA, è costituito da due Scuole principali: Digambara (vestiti di cielo) e Svetambara (vestiti di bianco). Le Comunità jainiste sono molto solide e stimate: in tutta l'India i Jain possiedono e gestiscono numerosi templi (molti dei quali magnifici), ostelli, biblioteche, rifugi per animali e centri veterinari (Panjarapole). Il termine Jain significa Vittorioso e designa colui che ha vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni, sull'egoismo, sul materialismo, sulle passioni. Per il Jainismo ogni anima è individuale e potenzialmente perfetta; la metafisica jainista è molto complessa e attribuisce grande importanza alla logica e alla comprensione: grazie alla retta conoscenza, che conduce alla retta fede, e quindi alla retta condotta, ciascuno può, già da questa vita, accedere alla Liberazione.
Attraverso dodici letture scelte tra le favole dei bimbi Jain, antichi racconti, testi sacri, incontriamo la più antica Dottrina spirituale della Compassione e della Nonviolenza universale.




  AHIMSA
 
“Compito delle creature viventi è servirsi l’un l’altra”   (Tattvarth Sutra)

Ahimsa (Nonviolenza) è il principio che i Jain insegnano e praticano non solo nei confronti degli esseri umani ma anche degli animali e della natura. La Nonviolenza jainista è positiva e attiva, e postula la costante vigilanza nel non nuocere in alcun modo ai propri simili, agli animali, alle piante, agli elementi; anche causare inquinamento è considerato Himsa (violenza) dai Jain.
E’ caratteristica essenziale di ogni uomo saggio che non uccida alcun Essere Vivente. Senza dubbio, un individuo dovrebbe comprendere semplicemente i due principi chiamati Nonviolenza ed Eguaglianza verso qualsiasi Essere Vivente (sutra 147)
Tutti gli Esseri Viventi vogliono vivere e non morire; per questo le persone completamente prive di attaccamenti (Nirgranthas) proibiscono l’uccisione degli Esseri Viventi (sutra 148)
In tutti i casi, sia consapevolmente che inconsapevolmente, un individuo non dovrebbe mai uccidere gli altri Esseri Viventi -mobili o immobili- di questo mondo, né permettere ad altri di ucciderli (sutra 149)
Come il dolore non ti è gradevole, ugualmente non lo è per gli altri. Conoscendo questo principio di Eguaglianza, tratta sempre gli altri con Rispetto e Compassione (sutra 150)
Uccidere un Essere Vivente è come uccidere sé stessi; mostrare compassione a un Essere Vivente è come mostrarla a se stessi. Colui che desidera il proprio bene, dovrebbe evitare di causare qualsiasi tipo di danno a un altro Essere Vivente  (sutra 151)
L’Essere Vivente che vorresti uccidere è uguale a te stesso; l’Essere Vivente che vuoi tenere sottomesso è uguale a te stesso  (sutra 152)
(da SAMAN SUTTAM  -   Il Canone del Jainismo)





Relatività della Conoscenza e Molteplicità dei punti di vista

Le Dottrine Jainiste Anekantavada (Dottrina dei molti aspetti, e della Molteplicità dei punti di vista) e Syadvada (Dottrina del non assolutismo, e della Relatività della conoscenza), insegnando a riconoscere una parte di vero in ogni pensiero, aprono la via verso l’armonia, l’eliminazione dei conflitti, l'ecumenismo, l'accettazione. 

C’era una volta un villaggio dove vivevano sei non vedenti. Un giorno arrivò un elefante nel villaggio; essi non avevano idea di che cosa fosse: si recarono dov'era l'elefante e ciascuno iniziò a toccarlo.     "L’elefante è una colonna" disse il primo uomo che toccò una delle gambe. "Oh, no! È come una fune" disse il secondo che stava toccando la coda. "Oh, no! È come il ramo di un albero" disse il terzo che stava toccando la proboscide. "L’elefante è come un grosso ventaglio" disse il quarto che stava toccando l’orecchio.     "No!  E' come un grosso muro" disse il quinto che stava toccando il ventre dell’elefante. "No! E' come un solido tubo" disse il sesto che stava toccando una zanna. I sei non vedenti iniziarono a litigare riguardo alla forma dell’elefante e ciascuno sosteneva di avere ragione. Diventavano sempre più agitati e la tensione aumentava. Un uomo saggio passava di lì e li vide. Si fermò e chiese: "Qual è il problema?" Risposero: "Non siamo d’accordo sulla forma dell’elefante." E ciascuno raccontò la propria sicura versione. Il saggio uomo con calma spiegò: "Ciacuno di voi ha ragione! Il motivo delle differenze è dato dal fatto che ognuno ha toccato una parte diversa dell’elefante. Infatti l’elefante possiede tutte le caratteristiche che avete descritto." "Oh!" esclamarono tutti. Da allora non vi furono più litigi: erano tutti contenti di avere ciascuno la propria parte di ragione.





Pazienza, tolleranza, fermezza

Nel Jainismo la retta condotta consiste nell’osservanza delle cinque regole: Nonviolenza (Ahimsa); verità e sincerità (Satya); non rubare e non essere mai scorretti o sleali (Asteya); castità per i monaci (Brahmacarya) e fedeltà coniugale per i laici; non attaccamento, cioé non possedere nulla per i monaci, e dare tutto il superfluo in beneficenza per i laici (Aparigraha). Altre regole fondamentali sono: pazienza, tolleranza, fermezza, accettazione della derisione e del dolore. Pensiamo a come queste regole abbiano formato la statura del Mahatma Gandhi!

Soma era una giovane Jain molto devota, ma né il marito né la madre di lui approvavano la sua devozione. La suocera cercava di impedirle le meditazioni disturbandola, ma Soma non le prestava attenzione ed era sempre molto gentile con lei cercando di farle capire le proprie motivazioni, senza riuscirvi. Faceva tutto ciò che la suocera le ordinava, e riusciva comunque a ritagliarsi il tempo per le meditazioni. La suocera di Soma arrivò persino a urlare e a picchiarla. Soma rimaneva calma e tollerava tutti questi abusi senza mai dire una parola meno che gentile poiché conosceva l’importanza della pazienza e della tolleranza. Un giorno la suocera di Soma decise di ricorrere a una misura estrema: comprò un serpente velenoso e lo mise in un cesto. Chiamò Soma e le chiese di portarle la ghirlanda di fiori che si trovava in quel cesto. Soma obbedì ed essendo sempre concentrata prima di prendere il cesto sussurrò una preghiera a Mahavira e recitò il Mantra Namokar: mise le mani nel cesto per prendere la ghirlanda e quando estrasse le mani reggeva davvero una  ghirlanda di fiori!  La suocera di Soma rimase shockata!  Soma consegnò la ghirlanda che, non appena venne appoggiata, si ritrasformò in serpente. La suocera allora comprese finalmente la religiosità di Soma e da quel giorno divenne una devota del Jainismo.





La Compassione dell'Elefante

Il Jainismo rappresenta il più alto e concreto tentativo che mai sia stato attuato in ambito spirituale per eliminare universalmente violenza e sofferenza.  “Vivi e lascia vivere, ama tutti, servi tutti!"  costituisce il supremo Comandamento jainista.

C’era una volta un elefante che viveva in una foresta insieme ad altri animali. Un giorno un grosso incendio divampò nella foresta. Per salvarsi, tutti gli animali, compreso l’elefante, corsero a mettersi al riparo in un’area sicura. In poco tempo la zona divenne sempre più affollata e si riempì di animali. L’elefante, per un attimo di prurito, sollevò la zampa e, approfittando dell’occasione, un coniglio saltò velocemente a occupare lo spazio libero che si era creato. Nel momento in cui l’elefante stava per riappoggiare la zampa, si accorse del coniglio seduto e, per evitare di ucciderlo o di fargli del male, rimase con la zampa sollevata. L’incendio durò tre giorni, e durante tutto quel tempo l’elefante rimase con la zampa sollevata per non nuocere al coniglio. Quando il fuoco si placò tutti gli animali, compreso il coniglio, se ne andarono. L’elefante era felice di aver salvato la vita del coniglio. Ma quando cercò di appoggiare la zampa non ci riuscì, poiché il suo corpo era rimasto bloccato. Cadde. E morì. Come conseguenza della sua Compassione l’elefante rinacque come Principe Meghkumar nella sua vita successiva.





Il Principe Nemkumar

Nel Jainismo la scelta vegetariana è fondamentale per avere successo nel percorso di evoluzione spirituale. I Jain (monaci e laici) osservano da sempre uno stretto regime vegetariano. Da quando l’uomo ha industrializzato lo sfruttamento degli animali, i Jain hanno ulteriormente rinvigorito la Dottrina, sconsigliando (in The Book of Compassion) tutti gli alimenti di origine animale, poiché provenienti da violenza. I Jain non mangiano neppure quei vegetali (Udumbaara) estirpando i quali si uccide l'intera pianta.

Il Principe Nemkumar era fidanzato con la Principessa Rajul. Nel giorno del loro matrimonio, il Principe Nemkumar viaggiava verso il palazzo della Principessa Rajul su una carrozza riccamente adornata. Mentre viaggiava felice udì le urla di molti animali e uccelli.  Chiese al suo cocchiere il motivo di quelle grida.  Il cocchiere gli disse che quelli erano gli animali destinati al suo pranzo di nozze. Questa risposta gelò il sangue nelle vene del Principe Nemkumar e lo rese molto triste. “Gli animali soffrono quando vengono uccisi!  Uccidere animali e uccelli per l’alimentazione non è giusto e non è necessario!” disse. Il Principe Nemkumar fece fermare la carrozza e andò a liberare tutti gli animali. L’illuminazione lo raggiunse in quello stesso momento. Egli rinunciò al suo matrimonio e se ne andò.  Abbandonò tutte le ricchezze e tutti i piaceri terreni e si ritirò nella foresta a meditare. Molte tra le persone invitate al matrimonio furono illuminate dalla scelta del Principe Nemkumar: divennero compassionevoli e smisero anch’esse di mangiare gli animali.





Mallinatha

Nel Jainismo le donne rivestono da sempre un ruolo molto importante. Le monache Jain (Saddhvi) hanno accompagnato Mahavira fin dagli inizi della sua predicazione e formano una delle più antiche comunità ascetiche dell’India, attualmente due volte più numerosa di quella degli uomini. La 19ma tra i 24 Saggi Tirthankara (=Costruttori del Ponte) è una donna, Mallinatha, alla quale è dedicato un grandioso tempio sul monte Girnar, in Gujarati.

Mallinatha era una principessa talmente desiderata e bella che ben sei principi la volevano in sposa. Poiché ella rifiutava di incontrarli, essi per vendetta dichiararono guerra a suo padre. Non sopportando la disperazione del padre, Mallinatha accettò allora di incontrare i sei pretendenti, facendoli ricevere in sei stanze separate, da ciascuna delle quali ogni principe poteva contemplare la statua della bellissima principessa. Il giorno dopo, mentre i sei innamorati erano in estasi di fronte alla sublime bellezza della scultura, giunse Mallinatha: tolse i fiori di loto che ricoprivano la statua e subito un insopportabile fetore inondò l’aria. Disse: “Signori, all’interno della statua ho collocato ogni giorno degli alimenti;  potete constatare ora che cosa sono diventati. Anche il mio corpo è fatto così: la decomposizione è insita nella mia stessa natura. Non fatevi dominare dal desiderio, dalle passioni, dal senso del possesso”. 
Convinti da queste parole, i principi abbandonarono i loro regni e abbracciarono l’ascetismo. 
Mallinatha raggiunse quel giorno stesso la Liberazione.





Il Principe Parshvanath

Il Tithankara predecessore di Vardhamana Mahavira fu Parshvanath, ventitreesimo Costruttore del Ponte tra l'imperfetta natura incarnata e l'ineffabile essenza dell'anima liberata. 
Questo racconto allude alla presa di distanza da parte del Jainismo dal sistema vedico, a causa dei riti sacrificali e della divisione in caste.

Un giorno il Principe Parshvanath si imbatté in un bramino che stava officiando pubblicamente un rituale religioso. Con il suo potere extrasensoriale Parshvanath avvertì la presenza di due serpenti rimasti intrappolati nella catasta di legna di uno dei falò accesi dal bramino. Prese a disfare la catasta, facendo infuriare il bramino. Con grande sorpresa di tutti, due serpenti mezzi bruciati uscirono da sotto la legna. Il bramino si vergognò moltissimo. Il Principe Parshvanath recitò il Mantra Namokar per i serpenti morenti. I serpenti mentalmente ringraziarono il Principe Parshvanath e morirono in pace sotto il benefico influsso del Mantra Namokar. A causa della serenità con la quale avevano ascoltato il Mantra, i serpenti rinacquero come Re e Regina degli Angeli. La gente se ne andò amareggiata pensando al grossolano rituale del bramino disattento e non costantemente vigile nel non causare violenza.   




Mahavira, il Grande Eroe

Il 24mo Tirthankara Vardhamana Mahavira visse nel sesto secolo a.C. Al termine di dodici anni di pratiche spirituali giunse all'Illuminazione e dedicò i rimanenti trent'anni della Sua vita al benessere di tutte le creature viventi. Rifiutò i tanti dogmi, pregiudizi, false dottrine, superstizioni che popolavano l'India; si oppose ai sacrifici animali e umani, abolì la divisione in caste e il divieto allo studio per le donne e per le classi povere. Promosse il cammino della Nonviolenza, del distacco, della consapevolezza, dell'austerità, dell'equanimità.
 
Il piccolo Mahavira, che a quel tempo si chiamava Principe Vardhamana, stava giocando con gli altri bambini a “tocca e cavalca”: chi riusciva a toccare un altro bambino senza farsi toccare avrebbe vinto, e il perdente avrebbe dovuto trasportarlo sulla propria schiena. Un nuovo bambino si unì al gioco. Il Principe Vardhamana batté il nuovo arrivato ma poco dopo, mentre Vardhamana era sulla sua schiena, il bambino iniziò a crescere e diventare sempre più alto e spaventoso. All’inizio gli amici di Vardhamana guardavano l’evento con curiosità, ma la faccia del nuovo bambino iniziò a trasformarsi in un orribile ghigno e i bambini si spaventarono e corsero via in preda al panico. Vardhamana rimase invece calmo e coraggioso. Il mostro continuò a crescere tantissimo per terrorizzare Vardhamana. A un certo punto Vardhamana gli diede un pugno in testa. Il mostro cercò di disarcionare Vardhamana dalla propria schiena per evitare un altro pugno, ma non vi riuscì. Alla fine il mostro si arrese e chiese perdono e Vardhamana lo perdonò prontamente. Il mostro si pentì della sua prepotenza e del suo inganno, e chiamò il Principe Vardhamana con il nome di Mahavira, che significa Grande Eroe. Da quel momento in poi il Principe Vardhamana venne chiamato da tutti Mahavira.





Avvicinare le Creature con amicizia

Presso i templi e le comunità dei Jain, gli animali non debbono temere per la propria incolumità. I Jain organizzano alloggi per uccelli, animali anziani, abbandonati, feriti (Panjarapole), e d'abitudine acquistano animali dai macellai per dare loro salvezza e ricovero.
Nei sussidiari dei bimbi Jain, Himsa (violenza) è simboleggiata dal disegno del macellaio e dal disegno del cacciatore.

Un giorno il Principe Vardhamana insieme agli altri bambini stava giocando vicino a un grande albero secolare. Di colpo essi videro un serpente nero con gli occhi gialli che soffiava minaccioso. Gli amici del Principe Vardhamana si spaventarono: alcuni scapparono via, altri si arrampicarono sull’albero. Soltanto Vardhamana rimase calmo. Andò vicino al serpente. Dolcemente lo accarezzò, lo prese e lo spostò senza fargli del male. Tutti gli altri bambini si rassicurarono. Vardhamana disse loro: “Dovete avvicinare le creature con amicizia, non con paura!”




Il Re Meghrath

Il Jainismo è una Dottrina spirituale ateista nel senso che rifiuta scientificamente ed empaticamente l'idea di un creatore increato, ritenendola non utile per il progresso spirituale dell'individuo. Il sacro è insito nell'anima di ogni essere vivente; ognuno può aspirare alla deità: il Jainismo riconosce infatti numerosissimi Dei, intesi come esseri autoliberatisi grazie ai propri sforzi personali.

Due Dei si recarono sulla terra per mettere alla prova la Compassione del Re Meghrath: uno assunse la forma di piccione, l’altro di falco. I due entrarono a palazzo dove il falco cercò di catturare il piccone per mangiarlo. Visto ciò, il Re Meghrath gli disse: “Io posso darti dell’altro cibo!” e gli offrì un canestro di prelibatezze, ma il falco disse: “Io non sono un essere umano, non sono vegetariano, ho bisogno di carne come cibo!” Il Re gli disse: “Lascia dunque che ti dia la mia stessa carne al posto di quella del piccione!” Uno dei dignitari esclamò: “Vostra Maestà, perché non prendere un po’ di carne dal macellaio?” Il Re replicò: “No, perché quando noi consumiamo vegetali fiorisce il commercio del fruttivendolo, mentre se consumiamo carne fiorisce il commercio del macellaio. Il macellaio deve uccidere un animale per darci la carne che gli chiediamo.” Con queste parole, il Re prese la sua spada, si tagliò un pezzo di carne dalla gamba e la offrì al falco. Ma il falco ne voleva di più e di più, fin che, col cuore pieno di compassione, il Re decise di offrire tutto il suo corpo. L’intera corte non riusciva a capacitarsi che il Re fosse disposto a donare la propria vita per quella di un insignificante uccello mai visto prima! Ma il Re sapeva che il suo dovere e la sua Dottrina erano più importanti di tutto il resto. Quando il piccione e il falco riassunsero la loro forma divina, si inchinarono al Re e dissero: “Oh grande Re! Che tu sia benedetto! Ci hai dimostrato di essere un Re coraggioso e compassionevole. Sia lode a Te!” L’intera corte esultò: “Lunga vita al Re Meghrath!” Qualche vita dopo l’anima del Re Meghrath divenne il sedicesimo Tirthankara Shantinatha.





I Sutra del Perdono

Il Jainismo insegna la condivisione e la cura di tutti gli esseri viventi attraverso atti concreti: soccorrerli, proteggerli, servirli.
Implica l’amicizia universale, il perdono, la non-paura.
I Sutra del Perdono recitano:
Io domando perdono a tutti gli esseri viventi, possano tutti gli esseri viventi perdonarmi. La mia amicizia è verso tutti gli esseri viventi. Qualunque torto io abbia commesso, chiedo perdono a tutti gli esseri viventi!


Un giorno Mahavira decise di passare attraverso la foresta dove viveva il temuto cobra velenoso Chandkaushik. Mahavira non aveva paure: considerava la paura e l’odio come violenza verso se stessi. Quando arrivò nella terra di Chandkaushik, Mahavira si fermò per meditare. Chandkaushik sentì che qualcuno si era introdotto nel suo territorio: uscì dalla sua tana, iniziò a soffiare a Mahavira per spaventarlo, poi lo morse e gli iniettò il veleno. Mahavira aprì gli occhi, era tranquillo e totalmente privo di paura o rabbia. Guardò Chandkaushik negli occhi e gli disse con amore e compassione: “Svegliati Chandkaushik! Pensa a cosa stai facendo!” Chandkaushik si calmò immediatamente e comprese dove lo avevano portato la rabbia e l’ego delle sue vite precedenti. Pacificamente appoggiò la testa al suolo. Mahavira riprese il suo cammino. Chandkaushik, ormai in pace, entrò nella tana solo con la testa, lasciando fuori il corpo. Quando si seppe che Chandkaushik non era più pericoloso, alcuni andarono a vederlo e lo trovarono disteso in pace. Qualcuno, arrabbiato per aver perso a causa sua persone amate, gli tirò pietre. Il sangue del cobra attirò le formiche che iniziarono a cibarsi delle sue carni. Il cobra rimase calmo, in pace, senza più rabbia. Questo autocontrollo dei propri istinti distrusse il karma negativo accumulato. E così Chandkaushik fu liberato dalle rinascite.






Uno Stato interamente Vegetariano

In epoca medievale un intero Stato indiano, il Gujarati, sotto la guida di un saggio Re Jain fu interamente vegetariano e bandì qualsiasi uccisione e maltrattamento di animali.

Intorno al 1133 il regno di Kumarpal, Re del Gujarati, Stato dell'India occidentale, fu largamente influenzato dagli insegnamenti del grande Maestro Jain Acharya Shri Hemchandrasuri (1089-1173), seguace di Mahavira. 
Il Re Kumarpal era così ispirato dagli insegnamenti dell'Acharya Shri Hemchandrasuri sull'Ahimsa e sulla Compassione, che aveva introdotto nell'intero Stato il divieto di mangiare animali, e di ucciderli per il cibo, per lo sport, per il divertimento.
Fu così che per molte generazioni lo Stato del Gujarati divenne interamente vegetariano e nessuno uccise più animali, né li torturò o li sfruttò.
Questo è forse l'unico caso di uno Stato che per un certo periodo seguì l'antico principio dell'Ahimsa, e divenne interamente vegetariano e nonviolento per più e più generazioni.






La Simbologia Jainista

Tutta la simbologia jainista consiste nella luna, nei tre punti, nell'AUM o Svastica  (dal Sanscrito "Salute", "Prosperità"), nel palmo della mano con al centro la ruota (Chakra), nella figura di contorno che racchiude tutti questi simboli. Nel Jainismo ogni simbolo individuale viene usato anche separatamente.

I tre punti rappresentano la Trinità jainista, la Via della Liberazione: Retta Fede (Samyak Darshan), Retta Conoscenza (Samyak Jnana), Retta Condotta (Samyak Charitra). 
La luna rappresenta il luogo dove risiedono le Anime liberate (Moksha).
Al centro troviamo indifferentemente AUM (forma schematica del Mantra Namokar, il principale Mantra jainista) o Svastica (i cui quattro raggi ricordano che le anime non liberate sono sottoposte a un continuo ciclo di nascite, sofferenze, morte).
Il palmo della mano simboleggia l’affermazione "Non avere paura" rivolta agli Esseri viventi, sofferenti a causa dei legami karmici, affinché non si scoraggino nel proseguire saldamente sulla Via della Liberazione.
La ruota (Chakra) con i ventiquattro raggi rappresenta la Dottrina insegnata dai ventiquattro Saggi Tirthankara.
La figura di contorno simboleggia un essere umano stilizzato, e rappresenta la descrizione jainista della forma dell’universo.
Il testo sotto il simbolo è "Parasparopagraho Jivanam" che significa: "Scopo degli Esseri viventi è servirsi l’un l’altro”.





 

La metafisica jainista attribuisce grande importanza alla logica sul piano cognitivo; viene data una spiegazione scientifica, codificata nei minimi particolari, dell’origine e del divenire degli universi, eterni e increati, in cui si dimostra scientificamente che l’anima non nasce e non muore, ma migra di corpo in corpo fino alla sua Liberazione, che può essere ottenuta disgregando i frutti dei propri karma negativi e dei propri attaccamenti.

La filosofia dei Jain postula le Dottrine del Non-assolutismo e della Molteplicità dei punti di vista (“Anekantavada” e "Syadvada") e la Dottrina della Costante Vigilanza.
Le Dottrine del Non-assolutismo e della Molteplicità dei punti di vista insegnano ad allargare il proprio punto di vista, la prospettiva di giudizio, e a vedere in ogni affermazione, pensiero, credo, contemporaneamente una parte di vero, di non vero, di descrivibile e di indescrivibile. L’adozione di queste Dottrine apre la mente e il cuore all'ecumenismo e al superamento di ogni differenza di religione, di pensiero, di appartenenza.
La Dottrina della Costante Vigilanza richiede ai Jain di non allentare mai la propria attenzione nei confronti del rispetto per tutte le vite, e nei confronti dell’applicazione dell’Ahimsa. E’ detto che un individuo costantemente vigile è sempre nonviolento, anche quando per una circostanza imponderabile e involontaria causi una violenza;  mentre un individuo disattento è sempre violento nel suo cuore, anche quando non causa direttamente una violenza.

 I ventiquattro Saggi Tirthankara  ( = Costruttori del ponte) sono esseri umani illuminati e autoliberatisi grazie alla loro condotta e alla loro disciplina; il loro compito è essenzialmente quello di indicatori della Via verso la Liberazione.
Ogni progresso personale nella vita dell'individuo e la disgregazione dei karma accumulati, possono avvenire unicamente grazie ai propri sforzi, alla condotta, all’impegno, alla disciplina dell'individuo. Ciò si descrive nel Jainismo attraverso l'adozione dei
Tre Gioielli: Retta Fede, Retta Conoscenza, Retta Condotta.

 

L'alimentazione dei Jain è da sempre molto restrittiva.  I Jain oltre a non cibarsi di alcun animale, non si cibano neppure di tutte quelle creature vegetali estirpando le quali si uccide l'intera pianta, come bulbi, radici, patate, carote, rape.
I Jain non si cibano neppure del miele, poiché prodotto mettendo in pericolo la vita delle api. 
Inoltre non si cibano di quei frutti - come il melograno o i kiwi - dove non sia possibile separare dalla polpa commestibile i semi per restituirli alla terra e permettere loro di compiere il proprio ciclo di vita, come è doveroso fare, per i Jain, con tutti i semi di tutti i frutti.


Il termine Jain significa Vittorioso e designa colui che ha vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni, sull’egoismo, sul materialismo, sulle passioni, sull'aggressività.  L’origine del Jainismo si perde nella notte dei tempi; sono noti al mondo gli ultimi ventiquattro Saggi Tirthankara che reiterarono i fondamenti della Dottrina, il più recente dei quali, Vardhamana Mahavira visse in India intorno al 500 a.C.  Mahavira era contemporaneo di Buddha; come lui figlio di un raja, decise di ritirarsi per meditare sulla natura dell’anima raggiungendo il Nirvana pare con vent’anni di anticipo sul Buddha. Sia Buddha che Mahavira si opposero al vedantismo a causa della divisione in caste e dei sacrifici animali. 

Come rilevato da numerosi studiosi, il Jainismo rappresenta il massimo tentativo che sia stato messo in atto in ambito spirituale per ridurre o annullare la violenza.

 

Con l’avvento dell’industrializzazione dello sfruttamento degli animali, e la crudele "creazione" dell'animale-macchina ("macchina da latte", "macchina da uova"),  i Jain si sono spinti ancora oltre, compiendo un passo ancor più rigoroso nella direzione della Nonviolenza pratica quotidiana. 
I Jain hanno pubblicato nel 2001 in India e in USA un volume di aggiornamento dottrinale, scritto dai Jain per i Jain, nel quale viene evidenziata la necessità di abolire il consumo di tutti i prodotti derivanti da violenza e sfruttamenti sugli animali, come latte, uova, formaggi, burro, latticini.
Questo volume, THE BOOK OF COMPASSION - Reverence for all Life,  IL LIBRO DELLA COMPASSIONE - Riverenza verso ogni Vita,  è stato tradotto da Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti, e pubblicato in Italia nel 2002 dall'EDITORE COSMOPOLIS col titolo IL JAINISMO, LA PIU' ANTICA DOTTRINA DELLA NONVIOLENZA, DELLA COMPASSIONE, DELL'ECOLOGIA.


[online su http://www.jainaelibrary.org/]

Le già severe restrizioni alimentari prescritte dalla Dottrina dei Jain sono state così sottoposte a una revisione critica per attualizzare l’adesione alla Regola dell’Ahimsa nei nostri giorni. 
Con il rigore che da sempre li contraddistingue, i Jain, in seguito all'invenzione spietata dell’”animale-macchina”, hanno adottato per se stessi regole sempre più restrittive.  

E’ così che attualmente i Jain vanno sostituendo il latte di bovine con i numerosi latti vegetali (di soia, di avena, di mandorle, di riso, d'orzo, di farro, etc.) 
Il modello Vegan auspicato dai Jain è di fatto l’unico modo per vivere pienamente la Regola d’oro dell’Ahimsa oggi. 
Attualmente  il Jainismo è l’unico ambito spirituale a suggerire l’alimentazione Vegan quale massima espressione di una Nonviolenza quotidiana pienamente vissuta.

 





Da  SAMAN SUTTAM  -  IL CANONE DEL JAINISMO, LA PIU' ANTICA DOTTRINA DELLA NONVIOLENZA
tradotto da Claudia Pastorino e Claudio Lamparelli,  Mondadori, 2001

[on line su http://www.jainaelibrary.org/]


(147) E’ caratteristica essenziale di ogni uomo saggio che non uccida alcun Essere Vivente.  Senza dubbio, un individuo dovrebbe comprendere semplicemente i due principi chiamati Non-violenza ed Eguaglianza verso qualsiasi Essere Vivente.

(148) Tutti gli Esseri Viventi vogliono vivere e non morire; per questo le persone completamente prive di attaccamenti (Nirgranthas) proibiscono l’uccisione degli Esseri Viventi.

(149) In tutti i casi, sia consapevolmente che inconsapevolmente, un individuo non dovrebbe mai uccidere gli altri Esseri Viventi -mobili o immobili- di questo mondo, né permettere ad altri di ucciderli.

(150) Come il dolore non ti è gradevole, ugualmente non lo è per gli altri. Conoscendo questo principio di Eguaglianza, tratta sempre gli altri con Rispetto e Compassione.

(151) Uccidere un Essere Vivente è come uccidere sé stessi; mostrare compassione ad un Essere Vivente è come mostrarla a se stessi. Colui che desidera il proprio bene, dovrebbe evitare di causare qualsiasi tipo di danno ad un altro Essere Vivente.

(152) L’Essere Vivente che vorresti uccidere è uguale a te stesso; l’Essere Vivente che vuoi tenere sottomesso è uguale a te stesso.

(154) Anche la sola intenzione di uccidere causa la schiavitù del karma, sia che tu uccida sia che tu non uccida; dal punto di vista reale, la natura di chi manifesta l’intenzione di uccidere è schiava del karma.

(155) Sia il non astenersi dalla violenza, che l’intenzione di commetterla, è himsa (violenza).
Anche il comportamento non costantemente vigile a causa delle passioni, equivale a  himsa.

(156) La persona saggia è quella che lotta sempre per sradicare i suoi karma  e che non è attratta da himsa. Uno che si sforza fermamente di rimanere non-violento è, dal punto di vista reale, ‘uno che non causa uccisioni’.

(157) Secondo le Scritture l’individuo è sia violento che non-violento. Quando l’individuo è attento e vigile sulla propria condotta, è non-violento; quando si distrae, è violento.

(158) Non esiste una montagna più alta del Meru; non esiste niente di più esteso del cielo; ugualmente, si sa che non esiste in questo mondo una religione più grande della Religione dell’Ahimsa.






 

 

La Filosofia Jainista non crede nella teoria per cui un Dio abbia creato, mantenga o possa distruggere l’universo. Al contrario, afferma che l’universo sia sempre esistito e sempre esisterà, in base alle leggi del cosmo. Non esiste altro che l’infinito, sia nel passato che nel futuro.

L’universo è costituito sia da Esseri viventi dotati di anima, chiamati Jiva, sia da Esseri non dotati di anima, chiamati Ajiva. 

Gli esseri inanimati sono suddivisi in cinque categorie: la Materia (Pudgala), lo Spazio (Akasha), il Mezzo del movimento (Dharmastikaya), il Mezzo della staticità (Adharmastikaya), il Tempo (Samaya).

Gli Esseri viventi dotati di anima, insieme alle cinque categorie di Esseri inanimati, sono tutti aspetti della realtà, anche conosciuti nel Jainismo come le sei realtà (o sei sostanze, o sei entità) universali.

Queste sei entità dell’universo sono eterne e continuamente sottoposte a innumerevoli mutamenti. Nulla si perde né si distrugge durante questi cambiamenti, ma tutto si trasforma in altre forme. L’universo è costituito dalla combinazione delle sei sostanze universali; tutte loro sono indistruttibili, immortali, eterne, e continuamente sottoposte a trasformazioni.

Gli Esseri viventi dotati di anima (Jiva) sono di numero incalcolabile nell’universo, numero che rimane lo stesso nell’intero universo. Le anime non possono essere create né distrutte.

Gli Esseri viventi Jiva sono suddivisi in due categorie principali, Anime liberate (Siddha Jiva) e Anime non liberate (Sansari Jiva).

Le Anime liberate, non più intrappolate nel ciclo di morti e rinascite, risiedono nella parte superiore dell’universo, sono senza forma corporea, e possiedono la perfetta conoscenza e la totale percezione; tutte hanno le stesse qualità e tra loro non vi sono differenze di status.

Le Anime non liberate possiedono limitata conoscenza, limitata visione, limitato potere; esse possiedono un corpo (di pianta, di essere infernale, di animale, di essere umano, o di angelo), sono intrappolate nel ciclo di morti e rinascite a causa dei karma accumulati, e tutte loro hanno la possibilità di liberarsi dalle continue sofferenze del ciclo trasmigratorio delle reincarnazioni.

L’anima esiste nella terra, nell’acqua, nell’aria, nel fuoco, negli esseri umani, negli esseri celesti, negli esseri infernali, negli animali, nei pesci, negli uccelli, negli insetti, nei germi, nelle piante, etc.


Gli esseri viventi sono suddivisi nel sistema filosofico Jainista in base al numero di sensi che posseggono, e sono classificati in due categorie, le Anime immobili e le Anime mobili.

Le Anime immobili (Sthavar Jiva), suddivise in cinque sottogruppi, sono gli Esseri viventi dotati di un solo senso, il tatto:

Esseri viventi con il corpo fatto di terra, come il terreno, la sabbia, i minerali, etc;

Esseri viventi con il corpo fatto d’acqua, come i fiocchi di neve, il ghiaccio, la rugiada, la pioggia, etc;

Esseri viventi con il corpo fatto di fuoco, come la fiamma della candela, il fuoco, i fulmini, etc;

Esseri viventi con il corpo fatto di aria, come il vento, l’aria stessa che tutti noi respiriamo, etc;

Esseri viventi con il corpo vegetale, come gli alberi, le radici, le piante, le foglie, i frutti, l’erba, i fiori, etc.

Poiché l’acqua, le piante, e tutta la terra sono esseri viventi, noi non dovremmo mai maltrattarli.
Noi non dovremmo schiacciare o danneggiare l’erba, usare più acqua del necessario.
Noi dovremmo salvare la nostra terra e prenderci cura di essa.
Noi non dovremmo inquinare l’aria, l’acqua, i terreni: causare danno all’ambiente e provocare inquinamento è considerato un atto di Himsa, violenza.

 

Le Anime mobili (Tras Jiva), sono classificate in Esseri viventi a due sensi, a tre sensi, a quattro sensi, a cinque sensi:

Beindriya Jiva, gli Esseri viventi dotati di due sensi (il tatto e il gusto) come Vermi, Molluschi delle conchiglie, Tarme, Termiti, Microbi generati da cibo stantio, etc.

Treindriya Jiva, gli Esseri viventi dotati di tre sensi (tatto, gusto, olfatto) come Formiche, Chiocciole, Lumache, etc.

Chaurindriya Jiva, gli Esseri viventi dotati di quattro sensi (tatto, gusto, olfatto, vista) come Farfalle, Api, Mosche, Ragni, Grilli, Scorpioni, Locuste, etc.

Panchendriya Jiva, gli Esseri viventi dotati di cinque sensi (tatto, gusto, olfatto, vista, udito) come Esseri umani, Mucche, Leoni, Pesci, Uccelli, Elefanti, Cani, Gatti, Maiali, Galline, etc.


La crudeltà verso gli Esseri a cinque sensi è considerata il più grande peccato nelle Scritture Jainiste.











Da L'ESSENZA DEL JAINISMO  -   LA STORIA, IL PENSIERO, LE FIABE  di Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti,  Editori Riuniti, 2003

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L’India è uno straordinario Paese ricco di tradizioni spirituali.
Proprio quando l’Occidente era convinto di conoscerne la storia, le religioni e le filosofie, l’India ci sorprende con una antichissima e affascinante Dottrina spirituale pressoché sconosciuta in Italia, il Jainismo.
Il Jainismo costituisce senza dubbio il più alto e concreto tentativo che sia mai stato attuato in ambito spirituale per indicare un modo di vita profondamente nonviolento, non solo nella teoria ma anche e soprattutto nella pratica quotidiana.
Intorno al sesto secolo avanti Cristo, nell’India settentrionale, visse e predicò un grande Illuminato al quale viene riconosciuta personalità storica, Vardhamana Mahavira. Egli non fondò una nuova Dottrina, ma reiterò la Dottrina predicata dai ventitré Saggi (Tirthankara = “costruttori del guado”) che lo avevano preceduto: il Jainismo, la più antica Dottrina della Nonviolenza e della Compassione universale.
Mahavira, figlio di un raja, all’età di trent’anni decise di abbandonare gli agi della casa paterna per ritirarsi a meditare sulla natura dell’anima e sulla via per la Liberazione dalla sofferenza del ciclo trasmigratorio di morti e rinascite.
Contemporaneo del Buddha, prese anch’Egli le distanze dal sistema vedico a causa soprattutto della divisione in caste e dei sacrifici animali. Ma al contrario del Buddha che, dopo aver seguito per anni il modello ascetico se ne discostò per ricercare la “via di mezzo”, Mahavira rinvigorì le regole ascetiche, prescrisse un codice monastico fondato sul distacco, delineò un codice morale dal quale fosse bandita anche la minima violenza contro qualsiasi creatura umana, animale o vegetale. Mahavira insegnò la parità tra tutti i viventi, senza distinzioni di casta, di sesso, di specie o di razza.
Il termine “Jain” significa “Vittorioso” e designa colui che abbia vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni,  sull’egoismo, sul materialismo e sulle passioni.
Il Jainismo è una Dottrina spirituale ateista, che non presuppone, cioè, l’esistenza di un Dio né di più Dei creatori dell’Universo. Il Jainismo identifica il Sacro con l’energia vivente: l’anima di ogni essere vivente (uomo, animale, vegetale, e anche degli elementi) è eterna e divina.  

L’anima ritorna a fondersi con l’Assoluto e si libera dalla sofferenza delle rinascite, soltanto dopo essersi completamente liberata dagli attaccamenti, attraverso il distacco, le meditazioni, le austerità, l'autopurificazione, l'ascetismo e la stretta osservanza del comandamento dell’Ahimsa, cioè
Nonviolenza attiva verso tutte le Creature: questa è, nel Jainismo, la via verso la Liberazione.
Occorre sciogliere il nodo tra l’anima e la materia, determinato dai frutti delle azioni che sono state compiute, sia cattive che buone, che generano inevitabilmente karma (negativo o positivo): l’accumulo di karma è la causa diretta delle rinascite
L’universo jainista è ricco e composito: le anime incatenate alla materia si reincarnano in questo mondo terreno nelle varie forme viventi, oppure nella regione celeste in forma di angeli, semidei o dei, o ancora nella regione infernale: in ogni caso, tutte queste anime aspirano a liberarsi dal corpo per raggiungere lo stadio di “Anima Liberata” e rifondersi con l’Assoluto.
L’osservanza dell’Ahimsa costituisce il cuore stesso e la regola d’oro del Jainismo; Ahimsa significa simpatia, fratellanza, amore verso ogni creatura; significa riconoscere in ogni altro il proprio sé. Il Jainismo attribuisce, inoltre, estrema importanza alla “Costante Vigilanza” e all’”Intenzione”: l’Ahimsa deve essere applicata attivamente in ogni istante della propria esistenza e nei confronti di qualunque vivente.
Il Jainismo postula la dottrina dell’Anekantavada, cioè relatività della conoscenza o molteplicità dei punti di vista: questa dottrina, ben esemplificata dalla favola “L’elefante e i non vedenti”, insegna a riconoscere una parte di verità in ogni idea, pensiero, religione, aprendo così la mente e il cuore a un reale ecumenismo e all’accettazione delle differenze.
Un aspetto interessante della devozione jainista è che questa non è concepibile per l’ottenimento di miglioramenti spirituali o materiali: la riverenza ai ventiquattro Saggi Tirthankara è fine a sé stessa; compito dei Saggi è essenzialmente quello di Indicatori della giusta via verso la Liberazione. Ogni progresso personale può avvenire unicamente grazie agli sforzi, alla condotta e all’impegno personale del singolo individuo.
Il Jainismo si divide in due Scuole principali: Svetambara e Digambara.
I monaci e le monache Svetambara (= “Vestito di bianco”) generalmente possiedono un abito bianco, una ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, un bastone, un piumino per rimuovere gli insetti dal loro cammino e prima di sedersi e coricarsi, una pezzuola sulla bocca per non nuocere ai batteri dell’aria.
I monaci e gli asceti Digambara ( = “Vestito di cielo”) generalmente possiedono il piumino e un contenitore per l’acqua con cui lavarsi i piedi prima di entrare nei templi; elemosinano il cibo e l’acqua da bere nel cavo delle mani giunte.

I Jain (monaci e laici di entrambi le Scuole), oltre a non cibarsi di alcun animale (di aria, di acqua e di terra), non si cibano neppure di tutte quelle creature vegetali prelevando le quali si uccide l’intera pianta non lasciandole la possibilità di continuare a crescere e a produrre i suoi frutti (come i bulbi e le radici: carote, patate, rape, eccetera); non si cibano inoltre dei frutti ricchissimi di semi, e quindi di animae, come il melograno, e neppure del miele, prodotto mettendo in pericolo la vita delle api. Dall’avvento, poi, dell’industrializzazione dello sfruttamento degli animali per la produzione di uova, latte e latticini (allevamenti intensivi e allevamenti in batteria), i Jain bandiscono anche gli alimenti di origine animale, poiché la loro produzione comporta inevitabilmente grande violenza (Himsa) sugli animali. Le più recenti indicazioni dottrinali jainiste suggeriscono, infatti, uno stile di vita Vegan (o “Vegetaliano”) al fine di ridurre al minimo la violenza.
Questo codice morale fa del Jainismo una Dottrina che, pur così antica, si trova a essere in linea con il più spinto pacifismo, animalismo e ambientalismo contemporanei. E proprio l’estremo rigore nella pratica della Nonviolenza ha contribuito a fare del Jainismo, nel corso dei secoli, una Dottrina minoritaria: attualmente i Jain sono circa dieci milioni, quasi tutti in India e negli Stati Uniti d’America.
Fra il 100 e l’800 d.C. vennero compilate numerose Scritture sia dalle comunità di Digambara che dalle comunità di Svetambara.
Intorno al 1970, grazie all’iniziativa di Sri Acharya Vinobaji, studioso indiano di Religioni e discepolo del Mahatma Gandhi (a sua volta di fede jainista), i Jain indiani decisero di redigere un testo comune e unanime per la divulgazione nel mondo della loro Dottrina: per la realizzazione di quest’opera unitaria vennero riuniti in assemblea tutti i monaci rappresentanti delle diverse Scuole jainiste.
Vinobaji, insieme ad alcuni collaboratori, studiò le principali Scritture jainiste e stese una prima versione dell’Essenza del Jainismo, sulla base della quale l’assemblea elaborò all’unanimità la versione definitiva del “Saman Suttam” (= “Il libro dei credenti nella non esistenza di Dio”), suddivisa in 756 versetti sul modello del “Dhammapada”.
Nel 1975 venne data alle stampe la versione in prakrito con la traslitterazione in caratteri latini: per la prima volta veniva pubblicato un lavoro unanime, che, finalmente, avrebbe potuto divulgare l’Essenza del Jainismo in tutto il mondo.
Nel 1993 venne pubblicata, in India e negli Stati Uniti, la prima versione tradotta in inglese.
Nel 2001 è stata pubblicata, per la prima volta in Italia, la traduzione in lingua italiana, “Saman Suttam, il Canone del Jainismo, la più antica Dottrina della Nonviolenza”, a cura di Claudia Pastorino e Claudio Lamparelli.
Coltivare intenzioni positive verso noi stessi e verso gli altri, nutrire sentimenti di amore e di fratellanza attiva verso tutte le creature, vedere sé stesso in ogni altro vivente: questi sono gli insegnamenti del Jainismo. La proposizione dottrinale jainista è, infatti: “Vivi e lascia vivere. Ama tutti, servi tutti!”, ove per tutti si intendono gli esseri umani, animali e vegetali, ma anche la terra, il fuoco, l’acqua e l’aria.
Le fiabe e i racconti jainisti più significativi, raccolti per la prima volta in un unico libro, costituiscono un modo piacevole di accostarsi alla conoscenza di questa antica (ma, per molti versi, così attuale) Dottrina.
Benvenuti nell’affascinante mondo jainista!

 




Da L'ESSENZA DEL JAINISMO - LA STORIA, IL PENSIERO, LE FIABE di C. Pastorino e M. Tettamanti, 
Editori Riuniti, 2003



FIABE JAINISTE DALL’INDIA

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La compassione dell’elefante

C’era una volta un elefante che viveva in una foresta insieme ad altri animali.
Un giorno un grosso incendio divampò nella foresta.
Per salvarsi, tutti gli animali, compreso l’elefante, corsero a mettersi al riparo in un’area sicura.
In poco tempo la zona divenne sempre più affollata e si riempì di animali.
L’elefante, per un attimo di prurito, sollevò la zampa e, approfittando dell’occasione, un coniglio saltò velocemente a occupare lo spazio libero che si era creato.
Nel momento in cui l’elefante stava per riappoggiare la zampa, si accorse del coniglio seduto e, per evitare di ucciderlo o di fargli del male, rimase con la zampa sollevata.
L’incendio durò tre giorni e, in tutti questi giorni, l’elefante rimase con la zampa sollevata.
Quando il fuoco si placò, tutti gli animali, compreso il coniglio, se ne andarono.
L’elefante si sentiva felice di aver salvato la vita del coniglio.
Poi, cercò di appoggiare la zampa ma non ci riuscì perché il suo corpo era rimasto bloccato.
Cadde.
E morì.
Come conseguenza della sua Compassione e della sua Premura, l’elefante rinacque come Principe Meghkumar nella sua vita successiva.



Il monaco Metarya, l’orafo e l’uccellino

Metarya era nato in una famiglia di Paria, gli intoccabili.
Poiché il Jainismo non crede in nessuna discriminazione di casta e considera tutte le anime uguali, Metarya fu ammesso come monaco e divenne discepolo del Signore Mahävira.
Un giorno, sotto un sole molto caldo, il Monaco Metarya arrivò nella città di Rajgriha.
Camminava a piedi nudi, non portava cappello ed era completamente rasato.
Andava a elemosinare un po’ di cibo in ogni casa, indipendentemente dalla ricchezza o dalla povertà del proprietario.
Arrivò alla casa di un artigiano molto famoso nella città per la sua arte orafa.
Persino il Re Shrenik ammirava le sue capacità.
Quando il monaco Metarya arrivò nel cortile della casa dell’orafo, quest’ultimo stava lavorando piccole gemme d’oro da utilizzare per creare bellissimi gioielli.
Quando vide il monaco, l’orafo si sentì molto felice e onorato.
Smise subito il suo lavoro, si inchinò al monaco e lo ringraziò per l’onore che gli aveva conferito con quella visita.
Mentre l’orafo era in cucina a prendere il cibo da offrire in elemosina al monaco, un uccellino scese dal ramo di un albero e, col becco, prese alcune gemme d’oro credendo fossero semi.
Il monaco se ne accorse e osservò l’uccellino tornare sull’albero.
L’orafo tornò e gli offrì del cibo accettabile per un monaco, cioè vegetariano e non proveniente da violenza o sfruttamento.
Dopo aver accettato il cibo, il monaco ringraziò e riprese il suo cammino.
Quando l’orafo tornò al suo lavoro si accorse però che mancavano alcune gemme d’oro.
Cercò dovunque ma non riuscì a trovarle.
L’unica cosa che riusciva a pensare era che le avesse prese il monaco.
Pensò che forse le costose gemme avevano tentato il monaco oppure, addirittura, che non si trattasse di un vero monaco bensì di un malfattore travestito.
Gli corse dietro e lo trascinò a casa propria.
Gli chiese se avesse preso lui le gemme d’oro ma il monaco, calmissimo, rispose: “No, non le ho prese io.”
L’orafo, ormai arrabbiatissimo, insistette con l’interrogatorio: “E allora chi le ha prese?”.
Il monaco pensò che, se avesse raccontato all’orafo la verità, egli avrebbe senz’altro ucciso l’uccellino e che tale violenza non era assolutamente da permettere.
Non disse nulla e mantenne la calma.
L’orafo si convinse che, poiché non rispondeva, il monaco stava nascondendo l’oro.
Si arrabbiò ancora di più e iniziò a colpirlo.
Il monaco rimase ugualmente calmo e quieto.
L’orafo, reso sempre più furioso dalla calma e dall’immobilità del monaco, decise di dargli una lezione.
Lo fece stare sotto il sole con una striscia di cuoio bagnata legata intorno alla testa.
Il cuoio, seccandosi, iniziò a restringersi e a procurare grande dolore al monaco.
L’orafo era convinto che, prima o poi, non potendo resistere a tanto dolore, il monaco avrebbe confessato.
Non era certo in grado di capire quanto questo monaco fosse compassionevole e altruista, disposto a donare volentieri la propria vita per salvare la vita di un uccellino mai visto prima.
Il monaco soffriva atrocemente ma non esitò mai e mantenne la propria ferma convinzione di non dire all’orafo che cosa realmente fosse accaduto, per non mettere in pericolo la vita dell’uccellino.
Non si arrabbiò neanche con l’orafo e rimase in pace pensando: “Questo corpo è deperibile, perché mi dovrei preoccupare per lui?”
Inoltre si sentiva pienamente felice di aver potuto salvare una vita.
In quello stato mentale di totale equanimità il monaco raggiunse l’onniscienza, chiamata Kevaljnan. Nello stesso istante, la pressione del cuoio divenne così forte che i suoi occhi scoppiarono ed egli morì.
La sua anima si era per sempre liberata dal ciclo di morti e rinascite.
In quel mentre, un taglialegna che passava di lì buttò a terra una fascina.
Il rumore spaventò l’uccellino che fece cadere le gemme d’oro.
L’orafo le vide, impiegò un attimo a comprendere, e subito si pentì  di aver dubitato del monaco.
Corse per liberarlo, ma era ormai troppo tardi.



Il matrimonio che non avvenne


Il Principe Nemkumär, figlio del Re Samundra Vijay, era fidanzato con la Principessa Räjul, figlia del Re Ugrasen.
Nel giorno del loro matrimonio, il Principe Nemkumär viaggiava verso il palazzo della Principessa Räjul su di una carrozza riccamente adornata.
Mentre viaggiava felice, udì le urla di molti animali e uccelli.
Chiese al suo cocchiere il motivo di quelle grida.
Il cocchiere gli disse che quelli erano gli animali destinati al suo pranzo di nozze.
Questa risposta gelò il sangue nelle vene del Principe Nemkumär e lo rese molto triste.
“Gli animali soffrono quando vengono uccisi. Uccidere animali e uccelli per l’alimentazione non è giusto e non è necessario” disse.
Il Principe Nemkumär fece fermare la carrozza e andò a liberare tutti gli animali.
L’illuminazione lo raggiunse in quello stesso momento.
Egli rinunciò al suo matrimonio e se ne andò.
Abbandonò tutte le ricchezze e tutti i piaceri terreni e si ritirò nella foresta a meditare.
Molte tra le persone invitate al matrimonio furono illuminate dalla scelta del Principe Nemkumär: divennero compassionevoli e smisero anch’esse di mangiare la carne degli animali.



Soma la nuora

Molto molto tempo fa, c’era un mercante Jain molto religioso. 
Ogni mattina si svegliava e recitava i Mantra, svolgeva pacificamente i riti, si inchinava e onorava i monaci.
Questo mercante aveva una figlia di nome Soma. Anch’ella compiva tutte le attività religiose come il padre.
Quando Soma divenne maggiorenne si sposò, ma né lo sposo né i suoi parenti erano persone religiose e in particolare detestavano il Jainismo.
Sua suocera  non sopportava di vedere Soma che impiegava molto del suo tempo per le pratiche religiose.
Soma non sapeva che cosa fare e ogni tanto aveva dei dubbi: “Devo abbandonare la mia Dottrina o continuare a seguirla?”
Alla fine decise di continuare a fare ciò che la rendeva più felice e continuò a praticare i suoi riti.
Ogni mattina, appena sveglia, recitava il Mantra Namokar, il principale Mantra jainista, e compiva il Sämäyika, la meditazione per l’ottenimento della serenità. Ogni volta sua suocera cercava di impedirle lo svolgere di tali attività, tentando di distoglierla, ma Soma non le prestava attenzione ed era sempre molto gentile con lei.
Soma cercava di farle capire le proprie motivazioni ma non ci riusciva.
Faceva tutto quello che la suocera le ordinava ma, ogni giorno, riusciva sempre a ritagliarsi per se almeno i 48 minuti che la dottrina Jainista consiglia per le meditazioni e l’avanzamento spirituale.
La suocera di Soma non prestava attenzione alle sue esigenze religiose e continuava a disturbarla. Alcune volte arrivò persino a urlare e a picchiarla.
Soma rimaneva calma e tollerava tutti questi abusi senza mai dire una parola meno che gentile.
Aveva imparato il significato dell’Ahimsa (Nonviolenza) dai suoi genitori e dai suoi insegnanti di religione e conosceva l’importanza della pazienza e della tolleranza.
Un giorno la suocera di Soma decise di ricorrere a una misura estrema.
Comprò un serpente velenoso da un venditore di serpenti e lo mise in un cesto.
La sera, quando iniziò a imbrunire, chiamò Soma e le chiese di portarle la ghirlanda di fiori che si trovava nel cesto.
Soma andò nel giardino.
Essendo sempre concentrata sulla propria religione, prima di prendere il cesto, sussurrò una preghiera al Signore Mahavira e recitò il Mantra Namokar.
Subito dopo, mise le mani nel cesto per prendere la ghirlanda.
Quando Soma estrasse le mani reggeva davvero una  ghirlanda di fiori.
La suocera di Soma rimase letteralmente shockata.
Soma consegnò, come le era stato ordinato, la ghirlanda che, non appena venne appoggiata, si ritrasformò in serpente.
La suocera allora comprese finalmente la religiosità di Soma. Da quel giorno divenne una devota del Jainismo. 



La saggia Laxmiben

Questa storia si svolse circa 800 anni fa.
Un giorno un triste viandante Jain era seduto fuori da un tempio jainista nella città di Karnavati. 
Era povero e aveva bisogno di un riparo.
Quel giorno, come usava fare quotidianamente, Laxmiben andò al tempio.
Terminate le sue preghiere, mentre usciva dal tempio, vide il viandante.
Con dolcezza gli domandò: “Non ti ho mai visto qui. Vieni da fuori città?”
L’uomo rispose: “Si signora, vengo dal Rajasthan.”
Lei gli chiese: “Sei solo?”
“No, ho i miei bambini con me.”
“Che cosa ti porta qui?”
“Cerco lavoro.”
“Oh!!” Laxmiben ci pensò un momento e poi chiese: “Come ti chiami?”
“Uda.”
“Dove vivi?”
“Non ho ancora trovato un posto dove stare.”
“Non ti preoccupare, vieni con me. La mia casa è la tua casa. Potete stare da me per un po’. Farò di tutto per aiutarvi.”  
Uda, con molta sorpresa, ascoltava quella donna così generosa e gentile.
Iniziò ad amare molto questo posto dove la gente era così benevola anche con gli stranieri.
Provò un senso di benessere e si sentiva fortunato.
Con i suoi bambini, seguì Laxmiben alla sua casa. Lei mise a loro disposizione una piccola casa e del cibo.
Con il tempo, Uda iniziava ad accumulare alcuni risparmi lavorando duramente e, per ricompensare Laxmiben, pensò di riparare la vecchia casetta che stava occupando.
Andò da Laxmiben e chiese il permesso di iniziare i lavori.
Lei rispose che, avendogli donato la casa, lui poteva fare ciò che preferiva.
Uda ringraziò nuovamente e iniziò a riparare i danni peggiori.
Ma, dopo molti mesi, la vecchia casa crollò e Uda dovette ricostruirla partendo dalle fondamenta.
Mentre scavava trovò un enorme tesoro.
Uda credette che il tesoro appartenesse a Laxmiben e andò da lei per consegnarglielo.
Ancora non conosceva fino in fondo la generosità del cuore di Laxmiben; lei rifiutò e disse: “Vuoi scherzare? Quella non è più la mia casa. L’ho donata a te e ai tuoi figlioli molto tempo fa.”
Uda si impegnò davvero molto a cercare di convincerla, ma Laxmiben non cambiò idea e non volle mai neanche vedere o toccare il tesoro.
Alla fine Uda tornò a casa portando il tesoro con se; ora lui e i suoi figli non erano più poveri.



La rana devota

C’era una volta, nella città di Rajagriha, un mercante di nome Nagdatta.
Il nome di sue moglie era Bhavdatta. Si amavano molto ma l’attaccamento di Nagdatta nei confronti della moglie era eccessivo.
Disgraziatamente il mercante, un giorno, morì.
Sua moglie pianse tanto, tantissimo.
Il mercante, a causa del proprio karma, rinacque in sembianze di rana, e proprio nel suo stesso pozzo.
Un giorno, quando Bhavdatta andò a prendere l’acqua al pozzo, la rana la vide e immediatamente ricordò la vita precedente.
Ora che sapeva chi fosse stato, si sentiva molto felice, iniziò a danzare e a seguire Bhavdatta.
La seguì dentro casa.
Lei provò simpatia per l’animale, lo prese delicatamente e lo mise in un posto in giardino dove non avrebbe rischiato di schiacciarlo per errore.
Ma la rana tornò indietro e la seguiva continuamente, dovunque Bhavdatta andasse.
Tutto ciò durò per molti mesi.
Un giorno Bhavdatta andò a riverire un monaco di nome Suvrat.  La rana la seguì anche lì.
Dopo aver reso omaggio al monaco, Bhavdatta gli raccontò di questa rana che la seguiva sempre e domandò al monaco una spiegazione.
Questi non era un monaco come gli altri, era un Avadhijnani cioè aveva poteri conoscitivi molto superiori al normale e sapeva chi fosse la rana.
Spiegò infatti a Bhavdatta che si trattava della reincarnazione del marito, che aveva ricordato la vita precedente riconoscendola come sua moglie.
Così, ancora preso dall’affetto per lei, la seguiva dovunque.
Bhavdatta gentilmente prese la rana, la portò a casa e iniziò a prendersi cura di lei.
Dopo qualche giorno Bhavdatta seppe che il Signore Mahavira stava arrivando nella vicina montagna Vipulachal.
Praticamente tutti nella città, compreso il Re, andarono a rendergli omaggio.
Bhavdatta si unì agli altri e, come lei, anche la rana andò piena di speranza di poter rendere omaggio al Signore Mahavira.
Le persone vedevano la rana e, per evitare che venisse schiacciata dalla folla, continuavano a posarla fuori dalla strada non sapendo che anch’essa stava cercando di raggiungere Mahavira.
La rana continuò a seguire la folla ma, a un certo punto, venne involontariamente schiacciata dal piede di un elefante e morì.
Poiché i suoi pensieri erano pieni di devozione, la rana aveva accumulato molto karma benefico (Punya), e rinacque come Angelo, avendo così molte capacità.
Con il suo potere speciale, riguardò le proprie vite passate: ricordò tutto, sia il proprio eccessivo attaccamento alla moglie, sia il suo desiderio di vedere il Signore Mahavira.
Per soddisfare questo suo ultimo desiderio, tornò sulla terra a rendere omaggio a Mahävira.
Subito dopo se ne tornò felice in cielo.



Il gentile Shri Krishna

Shri Krishna, il Re di Dwarka, era molto valoroso.
Anche se era un coraggioso, era molto gentile di cuore.
Dovunque vedeva qualcuno soffrire, cercava di alleviare il suo dolore.
Chiunque elogiava la sua dolcezza, anche gli Angeli.
Un giorno il Re degli Angeli disse a tutti loro che esistevano molte persone piene di compassione ma nessuna paragonabile a Shri Krishna.
Dopo aver ascoltato questo, uno degli Angeli decise di mettere alla prova la compassione di Shri Krishna.
Assunse la forma di un cane disgraziato e si mise lungo la strada principale della città di Dwarka.
Il cane stava morendo di fame, era sdraiato senza forze, gli si vedevano le ossa e piangeva dal dolore.
C’era sangue su tutto il suo corpo ed emanava un odore talmente forte che molte persone cambiavano strada quando lo sentivano.
Un giorno, Shri Krishna passava per quella strada. Vide il povero cane sofferente.
Senza esitare e senza badare al cattivo odore, si avvicinò alla povera creatura e gli si inginocchiò accanto.
Gli parlò con dolcezza, pulì il sangue e medicò le ferite.
Strappò i propri vestiti preziosi e ne fece bende per curare il cane.
L’Angelo disse a se stesso: “Shri Krishna è veramente un Re gentile”.
Assunse nuovamente la propria vera forma e rese omaggio a Shri Krishna per la sua dolcezza.




Il Bramino, il leone e il braccialetto

C’era una volta un leone molto molto vecchio. Non aveva neanche più la forza di procacciarsi il cibo.
Di conseguenza decise di tentare un trucco con l’aiuto di un braccialetto d’oro che aveva trovato.
Pensava che, offrendo il braccialetto d’oro, qualcuno si sarebbe fatto accecare dalla cupidigia e avrebbe potuto cadere in una trappola. 
Mentre stava pensando a questo, vide passare un Bramino al di là di un laghetto. Il Bramino era molto povero e vagava elemosinando cibo.
Il leone chiamò il Bramino: “Reverendo Bramino, vieni. Ho fatto molto male nella mia vita. È impossibile contare gli animali che ho ucciso. Adesso sto cercando di rimediare offrendo questo braccialetto d’oro a qualcuno che lo merita. E chi altri lo merita più di te?”
Il Bramino si fece subito prendere dalla cupidigia anche se rimaneva scettico rispetto alle vere intenzione del leone. Disse: “Hai ucciso uomini e animali per tutta la vita, come posso ora crederti?”
Il leone disse, con apparente pena: “Reverendo Bramino, sono vecchio adesso. È vero che ho commesso molti peccati quando ero giovane, ma adesso mi pento e vorrei rimediare. Tu sei un santo Bramino, così ho deciso di donarti il braccialetto. Entra in acqua, attraversa il lago e vieni a prendere il braccialetto.”
Il Bramino non riuscì più a resistere alla tentazione. Entrò nel lago ma si trovò immerso nel fango e subito rimase bloccato.
Il leone assistette a quella scena, entrò nel laghetto e iniziò a mordere il collo del Bramino.
Il Bramino urlava ma non c’era nessuno ad aiutarlo.
Così fu ucciso dalla propria cupidigia.




Veri monaci

C’era una volta un Re.
Un giorno il Re decise di offrire in elemosina monete d’oro ai monaci.
Chiamò uno dei ministri, gli diede una borsa piena di monete d’oro e gli disse di distribuirle ai monaci della città..
Il ministro cercò per tutto il giorno ma non riuscì a trovare nessuno a cui dare le monete.
Riportò la borsa dell’oro al Re dicendogli con gentilezza e riverenza di non essere riuscito a trovare nessuno a cui dare le monete in elemosina.
Il Re si arrabbiò: “Questo non ha senso! Non sei stato in grado di trovare un solo monaco in una così grande città?”
Il ministro, che ammirava il Re per le sue buone intenzioni, gli disse che i veri monaci non avevano accettano le monete d’oro. Gli altri, quelli che si erano dichiarati disposti ad accettare le monete, non potevano essere veri monaci perché i veri monaci non possono accettare denaro.
Aggiunse anche che era sicuro che il Re non avesse l’intenzione di dare monete d’oro a persone avide che vestivano da monaci ma che non osservavano i principi religiosi.
Dopo avere ascoltato le spiegazioni del ministro, il Re si calmò e iniziò a riflettere.
Realizzò che il ministro aveva ragione e gli diede cento monete d’oro come ricompensa.



Il saggio Kapil

Nel Kaushambi c’era un Bramino reale chiamato Kashyap Shästri. Aveva un figlio chiamato Kapil.  Kapil crebbe nel lusso e non si interessò mai allo studio.
Di conseguenza, quando suo padre morì, l’onore di essere Bramino reale passò a un altro Bramino.
La madre di Kapil si intristì molto quando questo accadde e pensò che se solo suo figlio avesse voluto studiare sarebbe diventato sicuramente lui il Bramino reale.
Lacrime scendevano sulle sue guance.
Quando Kapil la vide le chiese: ”Madre, perché stai piangendo? Che cosa c’è di brutto?”
La madre si asciugò le lacrime: “Figlio mio, mi dispiace che tu non sia diventato il Bramino reale. Se tu avessi voluto studiare, avresti preso il posto di tuo padre.”
Queste parole colpirono Kapil che decise di impegnarsi per ricevere un’ottima istruzione.
Andò da un amico di suo padre nella città di Shrävasti.  Il suo nome era Indradatta Upädhyäya.
Indradatta era conosciuto in tutta la nazione come un uomo altamente istruito e in molti andavano a studiare da lui.
Fu molto felice quando vide arrivare Kapil deciso a studiare e iniziò a insegnargli.
In accordo con le pratiche di quel tempo, Kapil doveva procurarsi il cibo elemosinando.
Questa pratica gli occupava molto tempo e influiva pesantemente sugli studi.
Indradatta allora si rivolse a una donna della città per chiederle di mantenere Kapil.
La donna, giovane vedova di un Bramino, si chiamava Manorama.
Kapil iniziò a cibarsi a casa di Manorama e riusciva così a dedicare più tempo agli studi.
Ma la relazione fra i due divenne intima e, poco tempo dopo, Manorama si ritrovò in attesa di un figlio. Era preoccupata per le spese per il mantenimento del bambino, ma Kapil sapeva che il Re donava due monete d’oro ogni mattina alla persona che per prima lo benediceva; così decise di andare al palazzo la mattina dopo.
Il giorno dopo, quando Kapil arrivò a palazzo, si accorse di essere stato preceduto da altri Bramini.
Riprovò il giorno dopo e quello dopo ancora, ma arrivava sempre troppo tardi.
Ci provò per otto giorni di seguito, ma non vi riuscì mai.
Decise di dormire nel giardino del palazzo in modo da essere sicuramente il primo Bramino al mattino.
Durante la notte, ancora intontito dal dormiveglia, vide la luna all’orizzonte e, scambiandola per il sole dell’alba, si mise a correre verso il portone del palazzo.
Un poliziotto che controllava quella zona lo vide correre a quell’ora della notte, lo scambiò per un ladro e lo arrestò.
Kapil tentò di spiegarsi ma il poliziotto gli rispose: “Potrai raccontare la tua storia a Sua Maestà domani mattina.”
Il mattino seguente Kapil venne dunque portato al tribunale reale. Tremava perché non era mai stato in tribunale.
Il Re notò la paura sul suo viso e capì che non poteva essere un ladro.
Il Re chiese: “Chi sei? Che cosa stavi facendo lì a mezzanotte?”
Kapil umilmente replicò: “Vostra Maestà. Sono un Bramino e stavo correndo per poter arrivare a palazzo a offrirvi la benedizione.”
Il Re chiese ancora: “Perché così presto?”
Kapil disse: “Vostra Maestà, per otto giorni ho cercato di essere il primo a darVi la benedizione per guadagnare le due monete, ma arrivavo sempre troppo tardi. Così, ieri, decisi di arrivare durante la notte a palazzo e dormire nel giardino. Ma anche questo non mi riuscì e adesso sono qui incriminato.”
Il Re disse: “Hai sofferto così tanto per solo due monete. Oh Bramino, sono colpito dalla tua onestà e ti permetto di chiedermi qualsiasi cosa tu voglia, promettendoti che l’avrai."
Kapil chiese un po’ di tempo per pensarci e, ricevuto il permesso del Re, andò in giardino a riflettere.
Kapil iniziò a chiedersi: “Potrei chiedere 10 monete al posto di 2 ma per quanto durerebbero? Potrei chiederne 50 ma non sarebbero sufficienti per pagare tutte le spese che incontreremo.”
Continuò così fino a raggiungere la cifra di 10 milioni di monete ma, anche con una cifra simile, non sarebbe stato possibile vivere tranquillamente tutta la vita.
Continuò fino ad arrivare a pensare di chiedere metà del regno o addirittura, l’intero regno.
Immediatamente pensò: “Il Re è stato così gentile da offrirmi qualsiasi cosa desiderassi, perché allora dovrei renderlo un poveraccio senza possedimenti? Non è giusto. Se gli chiedessi metà del regno sarei un suo rivale e perché dovrei rischiare di inimicarmi chi è stato così generoso con me? Potrei chiedergli 10 milioni di monete d’oro, ma cosa farei con tutto quel denaro? Troppo denaro porta solo problemi. Potrei chiedergliene 10 mila........”, ma la sua coscienza gli fece subito cambiare idea: “Potrei chiederne 1000? 100? 50? 25?.............................”.
Alla fine, decise di non chiedere al Re niente di più rispetto a quello per cui era venuto: due monete d’oro.
Ma Kapil continuò a pensare: “È il desiderio che mi rende infelice. È sempre il desiderio che porta alla cupidigia, che è la radice di tutti i mali. Per evitare tutto questo non dovrei chiedere niente. Guarda dove mi ha portato il desiderio! Ho dimenticato di essere venuto qui per diventare un uomo istruito, mi sono lasciato trascinare dalla situazione perdendo la moralità e quasi diventando un truffatore. Cercherò di rimanere calmo e sereno: non chiederò niente.”
Kapil tornò nel palazzo. Il Re gli  domandò: “Oh Bramino, che cosa hai deciso?”
Kapil rispose: “Vostra Maestà. Non voglio niente da Voi.”
Il Re si stupì ed esclamò: “Cosa?”
Kapil replicò: “Vostra Maestà, il desiderio è la radice di tutti i mali. Più una persona desidera, e più avida diventa.”
Il Re disse: “Reverendo Bramino, non capisco, che cosa intendi dire?”
Kapil disse: “Oh Re, adesso io non desidero niente. L’accontentarsi è la salute suprema e io sono felice così.”
Pronunciate queste parole, Kapil se ne andò con un senso di completo distacco e rinunciò ai piaceri terreni.




Il Re Megharath

C’era una volta, nella Regione celeste abitata dagli Angeli, una discussione fra due semidei.
Uno sosteneva che in Terra c’erano Re coraggiosi e compassionevoli che non avrebbero mai esitato a donare la propria vita per salvare coloro che chiedevano loro protezione.
Un altro semidio dubitava di questa convinzione.
I due iniziarono a litigare e il Re degli Angeli disse loro: “Andate sulla Terra e verificate voi stessi”.
I semidei prepararono così un piano d’azione.
Uno dei due assunse la forma di un piccione, l’altro di un falco.
Sulla Terra il Re Meghrath stava riposando insieme ai suoi membri della corte.
A un certo punto un piccione  entrò da una finestra aperta e iniziò a volare nel palazzo.
Il Re si sorprese quando si posò su una sua spalla e capì che l’animale era molto spaventato.
In quell’istante anche un falco entrò a palazzo.
Disse al Re: “Quel piccione è la mia preda!”
Il Re ebbe un momento di sconcerto nel sentire parlare un falco, ma immediatamente rispose: “È vero che è la tua preda, ma io posso darti dell’altro cibo.”
Ordinò ai suoi servitori di portare un canestro di prelibatezze ma il falco disse: “Io non sono un essere umano, non sono vegetariano. Ho bisogno di carne come cibo.”
Il Re disse: “Lascia che ti dia la mia stessa carne al posto di quella del piccione.”
Dopo aver sentito questo, uno dei dignitari disse: “Vostra Maestà, perché dare un pezzo della Vostra carne? Perché non prendere un po’ di carne dal macellaio.”
Il Re replicò: “No, perché quando noi consumiamo vegetali fiorisce il commercio del fruttivendolo, mentre, se consumiamo carne, fiorisce il commercio del macellaio. Il macellaio deve uccidere un animale per darci la carne che gli chiediamo. Questo piccione è venuto a chiedere rifugio ed è mio dovere proteggerlo. Nello stesso tempo è mio dovere fare in modo che nessun’altra creatura soffra a causa delle mie azioni. Di conseguenza, darò al falco la mia stessa carne.”
Con queste parole, il Re prese la sua spada, si tagliò un pezzo di carne dalla gamba e la offrì al falco.
Tutta la corte era ammutolita.
Ma il falco disse al Re: “Oh Re! Io voglio una quantità di carne corrispondente a quella del piccione.”
Una bilancia fu portata a palazzo. Il Re appoggiò il piccione su un piatto e mise la sua carne sull’altro. Il Re continuava a mettere sulla bilancia pezzi della sua carne ma non bastava mai.
Con il cuore pieno di compassione, il Re decise di mettere tutto il suo corpo sulla bilancia.
L’intera corte non riusciva a capacitarsi che il Re fosse disposto a donare la propria vita per quella di un insignificante uccello mai visto prima.
Ma il Re sapeva che il suo dovere e la sua Dottrina erano più importanti di tutto il resto.
Si mise sulla bilancia, sul piatto opposto a quello dove era posato il piccione e iniziò a meditare serenamente.
Non appena il Re si immerse nella meditazione, il piccione e il falco riassunsero la loro forma divina.
Entrambi i semidei si inchinarono al Re e dissero: “Oh grande Re! Che tu sia benedetto! Ci hai dimostrato di essere un Re coraggioso e compassionevole. Sia lode a Te!”
Con queste parole, si inchinarono ancora, salutarono il Re e se ne andarono. L’intera corte esultò con parole di gioia: “Lunga vita al Re Meghrath!!”
Qualche vita dopo, l’anima del Re Meghrath divenne il sedicesimoesimo Tirthankara, Shäntinätha.



Gautamaswami

Nel 607 a.C., nel villaggio di Gobargaon, una coppia di Bramini chiamati Vasubhuti e Prithvi Gautam ebbe un figlio e lo chiamò Indrabhuti. Divenne alto e bello. La coppia ebbe poi altri due figli, Agnibhuti e Vayubhuti.  Tutti e tre erano molto preparati nei Veda e nei rituali religiosi già da bambini. Divennero bravissimi studiosi molto popolari nello Stato del Magadh. Ciascuno di loro aveva cinquecento discepoli.
Una volta, nella città di Apapa, un Bramino di nome Somil stava conducendo una cerimonia sacrificale nel cortile di casa propria. C’erano più di quattromila Bramini presenti alla cerimonia e, tra loro, undici famosi studiosi.
Fra questi eruditi, Indrabhuti si notava come fosse una stella splendente.  Somil era felice e l’intera città era piena di eccitazione per questo evento, in cui si sarebbero sacrificati pecore e agnelli.
Prima di iniziare, Somil si accorse di molti esseri celesti che giungevano verso la Terra.
Pensò che il suo rito sarebbe divenuto il più famoso della storia.
Disse al suo pubblico: “Guardate in cielo, anche gli Angeli stanno venendo a benedirci.” E la folla guardò il cielo.
Ma, con somma sorpresa di tutti, gli esseri celesti non si fermarono all’altare del rito di Somil, ma proseguirono.
L’ego di Somil divenne piccolo piccolo quando egli si rese conto che gli Angeli stavano andando a porgere i loro omaggi al Signore Mahavira, che era giunto nella vicina foresta di Mahasen. 
Indrabhuti si sentì oltraggiato da questo incidente e il suo ego si infiammò.
Iniziò a pensare: “Ma chi è questo Mahavira che non usa neanche la lingua Sanscrita ma parla il linguaggio popolare?”.
Tutti i presenti alla cerimonia sembravano sopraffatti dalla sola presenza di Mahavira.
Indrabhuti pensò ancora: “ Mahavira si oppone ai sacrifici animali e, se avrà successo, noi Bramini perderemo i nostri privilegi. Andrò a dibattere con lui.”
E partì per sfidarlo.
Mahavira salutò Indrabhuti chiamandolo per nome anche se non si erano mai incontrati prima.
Indrabhuti si sorprese ma poi disse a se stesso: “Ovvio, mi conoscono tutti. Non devo essere sorpreso se conosce il mio nome. Mi chiedo se conosce anche che cosa sto pensando.”
L’onnisciente Mahavira sapeva che cosa stava passando nella mente di Indrabhuti.
Indrabhuti, benché fosse un valente studioso, aveva un dubbio sull’esistenza dell’Atma (anima) e stava pensando: “Potrà Mahavira sapere che io dubito dell’esistenza dell’anima?”
Un attimo dopo Mahavira disse: “Indrabhuti, l’anima esiste e non dovresti mai dubitarne.”
Indrabhuti rimase shockato e iniziò a stimare molto Mahavira.
Successivamente, ebbero una discussione filosofica e Indrabhuti cambiò il proprio credo e divenne il suo principale discepolo.
Indrabhuti aveva quindici anni a quel tempo e, da quel momento in poi, assunse il nome di Gautamaswämi, poiché veniva dalla famiglia Gautam.
Nel frattempo, in città, Somil e gli altri studiosi aspettavano il ritorno di colui che credevano il sicuro vincitore del dibattito, Indrabhuti. Rimasero stupiti nell’apprendere che Indrabhuti era diventato discepolo di Mahavira.
Anche gli altri dieci studiosi Bramini andarono a discutere con Mahavira e tutti diventarono suoi discepoli.
La gente presente a casa di Somil iniziò allora ad andarsene.
Somil annullò la cerimonia e liberò tutti gli animali destinati ai sacrifici.



Veri insegnamenti

Molto tempo fa, c’era il dormitorio di Maharshi Satyik ai piedi di una collina.
Un piccolo numero di studenti viveva lì.
Non era un grosso edificio, ma un insieme di piccole casupole.
Gli studenti imparavano concetti generali e conoscenze religiose.
Davano molta importanza ai valori morali, vivevano con i prodotti della loro terra e non dipendevano da altri se non da sé stessi.
Un giorno, il Re Vikram, la Regina e alcuni servitori passavano da quella zona e si accamparono nei pressi di un fiume vicino al dormitorio.
Mentre erano seduti a mangiare, videro passare alcuni studenti e offrirono loro del cibo.
Gli studenti, con molto rispetto, dissero: “Grazie, ma noi non possiamo prendere niente.”
Il Re fu molto felice di sentire ciò e di vedere che gli studenti non cadevano in tentazione.
Dopo qualche tempo, il Re e la Regina, insieme a tutto il seguito, tornarono in città.
Quando se ne furono andati, alcuni studenti passarono casualmente nello stesso posto dove era rimasta accampata la famiglia reale e videro una scintillante collana d’oro. La presero, la portarono al proprio maestro e gli chiesero consiglio sul cosa farne.
Il maestro, calmo, disse: “Appendetela fuori. La persona che l’ha persa tornerà a prenderla.”
Appesero la collana fuori dal portone e tornarono alle proprie attività.
Nel frattempo, sulla via di casa, la Regina si accorse di aver perso la collana. Era convinta di averla persa mentre pranzavano di fianco al fiume e lo disse al Re.
Il Re tornò velocemente al fiume ma non la trovò e si irritò un poco perché si trattava di una collana di valore inestimabile.
Andò a chiedere al dormitorio.
Il maestro vide arrivare il Re e lo accolse con parole gentili.
Il Re gli domandò: “Uno dei tuoi studenti ha per caso visto la collana d’oro della Regina?”
Il maestro disse: “Se noi troviamo qualcosa che non ci appartiene l’appendiamo fuori dal portone. Dovreste andare a vedere là.”
Il Re andò a vedere e trovò la collana appesa.



L’incredibile incontro tra Chandanbala e Mahavira

C’era una volta una bellissima principessa di nome Vasumati. Era la figlia del Re Dadhivahan e della bella Regina Dharini di Champapuri.
Un giorno vi fu un grosso scontro fra il Re di Champapuri e il Re della vicina Kaushambi.
Fu una triste guerra.
Il padre di Vasumati fu sconfitto e dovette ritirarsi in disgrazia.
Quando Vasumati e sua madre udirono queste brutte notizie decisero di fuggire.
Mentre scappavano nei boschi, un soldato dell’esercito nemico le vide e le catturò.
Vasumati e sua madre erano spaventate perché non sapevano che cosa ne sarebbe stato di loro.
Il soldato disse loro che avrebbe tenuto per se la bella donna e avrebbe venduto al mercato la ragazzina.
La madre ricevette uno shock così forte che ne morì.
Il soldato, appena dispiaciuto per quella preziosa perdita, si recò a Kaushambi per vendere Vasumati.
Quando venne il turno di Vasumati di essere venduta come schiava, un mercante di nome Dhanavah passò e la vide.
Capì subito che non si trattava di una ragazza qualunque e lesse sul suo viso tutte le tribolazioni dell’essere stata separata dai genitori e venduta come schiava. Quale destino le sarebbe toccato?
Provando compassione per lei, Dhanavah comprò Vasumati, la liberò dalla schiavitù e la portò a casa propria. Sulla strada verso casa le chiese: “Chi sei? Che cosa capitò ai tuoi genitori? Non ti preoccupare e non aver paura di me. Ti tratterò come se fossi mia figlia.”
Vasumati non rispose, ancora terrorizzata com’era.
Quando arrivarono a casa, il mercante disse a sua moglie: “Mia cara, ho portato a casa questa ragazza. Non racconta niente del proprio passato. Per favore, trattala come fosse nostra figlia.”
Vasumati iniziò a tranquillizzarsi. Ringraziò il mercante e sua moglie con rispetto e riconoscenza.
La famiglia del mercante si sentì subito molto felice dalla presenza di Vasumati e la chiamarono Chandanbala, poiché ella non voleva dire quale fosse il suo vero nome.
Vivendo nella casa del mercante, Chandanbala si comportò come una figlia rendendo felice il mercante.
Moola, la moglie del mercante, si chiedeva però quali fossero le vere finalità del marito: temeva che, vista la bellezza della giovane, egli avrebbe deciso di separarsi e di risposarsi con Chandanbala.
Di conseguenza, Moola non si sentiva a suo agio con Chandanbala intorno.
Un giorno di sole, quando il mercante tornò a casa dal negozio, il servitore che normalmente gli lavava i piedi non c’era. Chandanbala se ne accorse e si senti onorata dal poter aiutare e donare gioia a colui che, come un padre, aveva fatto così tanto per lei.
Mentre era impegnata a lavare i piedi del mercante, i suoi capelli uscirono dalla crocchia.
Il mercante se ne accorse e, per evitare che si sporcassero, con una mano, cercò di rimetterli a posto.
Moola entrò in quel momento e, vista la scena, si sentì oltraggiata.
Credette che i proprio sospetti su Chandanbala fossero giusti e decise di liberarsene al più presto.
Un giorno Dhanavah dovette andare via tre giorni per un viaggio di lavoro e sua moglie colse l’occasione per liberarsi di Chandanbala. Prima di tutto chiamò un barbiere per farle tagliare tutti i bellissimi capelli. Dopodiché le legò le gambe con una robusta catena e la chiuse in una stanza distante dalla zona principale della casa. Disse ai servitori di non riferire al marito dove fosse Chandanbala o avrebbe riservato loro lo stesso trattamento, quindi se ne andò a casa dei suoi genitori.
Quando Danavah ritornò dal suo viaggio, non trovò né Moola né Chandanbala. 
Chiese notizie ai suoi servitori, i quali risposero solo che Moola era a casa dei suoi genitori ma non dissero niente di Chandanbala, poiché temevano l’ira di Moola.
Con tono preoccupato, egli insistette: “Dov’è mia figlia Chandanbala? È meglio che me lo diciate ora, altrimenti, se scopro che mi nascondete la verità, sarete licenziati!”
Ma ancora nessuno trovava il coraggio di rispondergli.
Si stava arrabbiando molto e non sapeva più che cosa fare.
Dopo pochi minuti, una vecchia servitrice pensò: “Sono solo una vecchia che sta morendo per l’età, Moola non può farmi niente di peggio.”
Così, provando compassione per Chandanbala e simpatia per il mercante, gli raccontò tutto.
Accompagnò il mercante nella stanza dov’era rinchiusa Chandanbala.
Dhanavah aprì la porta e la vide.
Rimase shockato e le disse: “Mia cara figlia, ti farò uscire da qui. Devi essere affamata, lascia che ti porti un po’ di cibo.” Andò in cucina ma non trovò cibo per lei, erano rimaste solo poche lenticchie secche in una ciotola. Il mercante decise di portarle queste e che l’avrebbe nutrita meglio successivamente. Le portò le lenticchie e le disse che sarebbe andato subito a cercare un fabbro per liberarla.
Chandanbala era frastornata da tutti questi avvenimenti. Iniziò a riflettere su come rapidamente il destino potesse cambiare la vita dalla ricchezza alla miseria.
Chandanbala inoltre pensò di offrire qualche lenticchia a qualcun altro prima di iniziare a mangiare.  Si alzò, camminò fino alla porta, e lì rimase, con un piede dentro e uno fuori.
Con sua sorpresa, vide un monaco camminare vicino alla casa. Si trattava del Signore Mahavira.
Disse: “Oh rispettato monaco, per favore prendi un poco di questo cibo vegetariano che è accettabile per te poiché libero dalla violenza”.
Ma il Signore Mahavira aveva da tempo preso il voto di digiunare finché una persona con determinate caratteristiche non gli avesse offerto del cibo libero da violenza.
Le caratteristiche dovevano essere: 1) la persona doveva essere una principessa, 2) doveva essere calva, 3) doveva essere in catene, 4) doveva offrire lenticchie non cotte con un piede dentro e uno fuori dalla casa, 5) doveva essere in lacrime.
Di conseguenza, il Signore Mahavira, guardandola, si accorse che mancava una delle caratteristiche.
Mancavano le lacrime.
Quindi Mahavira se ne andò.
Chandanbala si sentì molto triste e iniziò a piangere.
Era triste perché aveva avuto l’opportunità di offrire cibo a un monaco e non ci era riuscita.
Con voce rotta dal pianto, richiese ancora una volta al monaco di accettare il cibo.
Il Signore Mahavira vide le lacrime: tornò indietro e accettò il cibo, poiché  tutte le condizioni imposte dal suo voto erano soddisfatte.
Chandanbala mise le lenticchie nella mano del Signore Mahavira e si sentì felice.
Prima di incontrare una persona con tutte le caratteristiche richieste dal voto, il Signore Mahavira aveva digiunato per cinque mesi e venticinque giorni.
Gli Angeli del cielo celebrarono la fine del digiuno di Mahavira.
Grazie al potere degli Angeli, le catene di  Chandanbala si ruppero, i capelli crebbero lunghi, folti  e neri ed ella venne rivestita come una principessa.
Il volume della musica e delle celebrazioni  richiamò l’attenzione del Re Shatanikand. 
Il Re andò a vedere che cosa stesse succedendo, insieme alla sua famiglia, a ministri e altra gente della sua corte.
Sampul, un vecchio servitore, riconobbe Chandanbala.
Camminò verso di lei, inchinandosi e scoppiando a piangere.
Il Re Shatanikand chiese: “Perché stai piangendo?”
Sampul rispose: “Mio Re, costei è Vasumati, la principessa di Champapuri, figlia del Re Dadhivahan e della Regina Dharini di Champapuri.
 Il Re e la Regina la riconobbero e la invitarono a vivere con loro.
Così ella andò a corte, ma non prima di aver ringraziato con tutto il cuore il mercante Dhanavah che era stato così pieno di compassione.
Tempo dopo, quando il Signore Mahavira introdusse il quarto ordine nella comunità Jain, cioé l’ordine monastico femminile, Chandanbala divenne la prima monaca (Sadhvi).
Alla fine di quella vita, Chandanbala raggiunse la Liberazione.



L’elefante e i non vedenti

C’era una volta un villaggio in cui vivevano sei uomini non vedenti.
Un bel giorno uno degli abitanti del villaggio disse loro: "Oggi c’è un elefante nel villaggio.”
Essi non avevano idea di che cosa fosse un elefante e decisero che benché non fossero in grado di vederlo avrebbero potuto comunque capire come fosse.
Andarono dove si trovava l’elefante e ciascuno dei sei iniziò a toccarlo.
   
    "L’elefante è una colonna!” esclamò il primo uomo, che toccò una delle gambe.

    "Oh, no! È come una fune!" disse il secondo, che stava toccando la coda.

    "No! È  come il ramo di un albero!” disse il terzo, che stava toccando la proboscide.

    "È un grosso ventaglio!” disse il quarto, che stava toccando l’orecchio dell’elefante.

    "È come un grosso muro!" disse il quinto, che stava toccando il ventre dell’elefante.

    "Oh, no! L’elefante è un tubo solido!" esclamò il sesto uomo, che stava toccando una zanna.

I sei iniziarono a litigare riguardo alla forma dell’elefante e ciascuno sosteneva di avere ragione. Diventavano sempre più agitati.
Un uomo saggio passava per caso e li vide. Si fermò e chiese loro: “Qual è il problema per cui litigate in questo modo?”. I sei non vedenti risposero: “Non siamo d’accordo sulla forma dell’elefante.” E ciascuno raccontò la propria versione.
Il saggio uomo con calma spiegò loro: “Ciascuno di voi ha ragione. Il motivo delle differenze è dato dal fatto che ognuno ha toccato una parte diversa dell’elefante. Infatti l’elefante possiede tutte le caratteristiche che avete descritto.”
"Oh!" esclamarono tutti.
Da quel giorno non vi furono più litigi.
Ciascuno dei sei uomini era  contento di avere  la propria parte di ragione.




Le vite di Parshvanath, il ventitreesimo Tirthankara

I due fratelli

L’anima che sarebbe poi diventata Bhagavan Parshvanath iniziò a prendere la direzione della purezza quando nacque nelle sembianze di Marubhuti. Sua madre era la moglie di Purohit Vishabhuti della città Potanpur. Marubhuti aveva un fratello maggiore di nome Kamath. Poiché Kamath era crudele e rissoso, fu Marubhuti, benché fratello minore, a prendere il posto del padre come direttore delle cerimonie rituali del Re e dello Stato.
Attirato dalla bellissima moglie di Marubhuti, Vasundhara, Kamath la sedusse.
La moglie di Kamath lo venne a sapere ma, non riuscendo a dissuaderlo, andò a dirlo a Marubhuti.
Marubhuti, per averne la conferma, disse alla moglie che sarebbe stato via qualche giorno e, tornando improvvisamente, li trovò insieme.
Andò dal Re raccontando tutto e Kamath venne esiliato.
Divenne un mendicante e per lui iniziò una vita molto dura.
Dopo qualche tempo, Marubhuti ebbe dei ripensamenti e temette di avere avuto un comportamento sbagliato nel rendere pubblico un problema personale della propria famiglia; si rese conto dell’offesa che aveva così arrecato a Kamath.
Andò dunque a cercare il fratello maggiore e lo trovò in una giungla.
Si inchinò a lui e gli domandò perdono ma, invece di esserne pacificato, Kamath fu preso da un incontrollabile sentimento di vendetta.
Prese una grossa pietra e la scagliò contro la testa del fratello.
Marubhuti morì sul colpo.



Vita dopo vita

L’anima di Marubhuti rinacque in sembianze di elefante nella foresta di Vindhyachal.
Divenne il Re della foresta.
Trovandosi un asceta immerso nella meditazione proprio nella foresta di Vindhyachal, il Re elefante gli andò vicino.
La memoria delle vite precedenti lo illuminò ed egli divenne un discepolo dell’asceta.
Un giorno camminava vicino a grandi alberi.
L’anima che era stata suo fratello maggiore Kamath era rinata come serpente della specie Kurkut.
Quando vide l’elefante, lo riconobbe come un nemico della vita precedente e, dal ramo su cui si trovava, gli saltò sulla testa e lo morse.
L’elefante, pacatamente, sopportò il dolore e morì in pace.
Nella vita successiva, l’anima di Marubhuti rinacque come Principe Kiranveg nella zona di Mahavideh. Continuò il suo cammino verso la purezza diventando un asceta e fu nuovamente ucciso da Kamath, rinato ancora in sembianze di serpente.
Marubhuti rinacque, sempre nella zona di Mahavideh, come Re Vajranabh e, ancora una volta, divenne un asceta.
Kamath era rinato in sembianze di aborigeno e uccise Re Vajranabh con una freccia.
L’anima di Marubhuti rinacque questa volta nella famiglia di Puranpur. Dopo essere diventato Re conquistò sei continenti e divenne Imperatore.
Nell’ultima parte della sua vita, Marubhuti abbandonò ogni bene terreno e divenne un asceta dedito alla meditazione. Anche in questa vita venne ucciso dal suo vecchio nemico di sempre, Kamath, rinato come leone.
L’anima di Marubhuti si reincarnò poi nel ventre di Vama Devi, moglie del Re Ashvasen di Varanasi.
Vama Devi ebbe un figlio.
Durante una solenne cerimonia, il Re Ashvasen annunciò il nome del figlio: Parshvanath.



La compassione del Principe Parshvanath

L’anima di Kamath, avversario di Parshvanath in tutte le vite precedenti, si reincarnò nei panni di un eremita. Una volta l’eremita stava svolgendo un rito sacrificale subito fuori da una grossa città.
Era vestito soltanto di una veste leggera ed era coperto di cenere; il sole splendeva, l’aria era molto calda, l’eremita aveva anche acceso alcuni fuochi sacrificali intorno a se.
Tutta la città era impressionata da questa dimostrazione e grandi gruppi di persone andavano ad assistervi
Tutti si inchinavano a Kamath con riverenza ed egli li benediceva.
Vedendo così tante persone, il Principe Parshvanath si incuriosì e decise di andare anch’egli.
Subito venne colpito dall’austerità dell’eremita.
Con il suo potere extrasensoriale, avvertì la presenza di due serpenti che erano rimasti intrappolati nella catasta di legna di uno dei falò.
Il Principe Parshvanath provò pietà per l’eremita che, inconsapevole, ignorava quell’atto di violenza.
Il Principe Parshvanath disse: “Oh, eremita, che cosa stai facendo?  Non ti sei accorto che ci sono due serpenti che bruciano nel fuoco?”
Ascoltate queste parole, l’eremita si arrabbiò molto e gridò: “Oh, fastidioso bambino, non sai che questo è un rituale sacro? Sei proprio un grande maleducato!”
Il Principe Parshvanath ignorò l’eremita. Chiese ai suoi accompagnatori di disfare la catasta.
Con grande sorpresa da parte di tutti, due serpenti mezzi bruciati uscirono da sotto la legna.
L’eremita si vergognò molto e divenne pallido.
Il Principe recitò il Mantra Namokär per i serpenti morenti.
I serpenti mentalmente ringraziarono il Principe e morirono in pace sotto il benefico influsso del Mantra Namokär. 
A causa della serenità con la quale avevano ascoltato il Mantra, i serpenti rinacquero come Re e Regina degli Angeli del cielo.
Tutta la gente se ne andò pensando al grossolano rituale dell’eremita disattento e non costantemente vigile nel non causare violenza.
L’eremita Kämath, preso dalla vergogna, andò via di là con il cuore colmo di rabbia e di odio per il Principe.
Kamath morì poco tempo dopo senza essersi mai pentito di questi malvagi sentimenti.
Grazie alla sua vita di rinunce, l’eremita rinacque in sembianze di Angelo, col potere di controllare la pioggia, e il suo nome fu Meghkumar.
Il Principe Parshvanäth divenne il Re della città di Väränasi.
Dopo qualche anno, rinunciò ai piaceri terreni per diventare un monaco.
Un giorno, mentre Parshvanath era immerso nella meditazione, l‘Angelo Meghkumar lo vide.
A causa dell’odio accumulato nella vita precedente, Meghkumar perse il controllo e decise di vendicarsi.
Mandò al monaco Parshvanath molte torture mentali ma egli, assorto com’era nella meditazione, non ne venne disturbato.
Questo rese Meghkumar ancora più furioso. Creò tuoni, fulmini e una pioggia da diluvio.
A terra, il livello dell’acqua cominciò a crescere pericolosamente.
Il trono del Re degli Angeli iniziò a tremare ed egli fece uso del suo potere per vedere che cosa stesse succedendo.
Vide il monaco Parshvanath subire gli attacchi di Meghkumar.
Con la sua Regina, scese in terra: sotto forma di due cobra reali, essi si misero dietro il monaco Parshvanath e usarono le loro teste come ombrelli per ripararlo da quel diluvio.
Fu così che il monaco Parshvanath venne protetto dalla pioggia torrenziale.
Con fermezza, il Re e la Regina degli Angeli domandarono a Meghkumar: “Oh, atroce creatura, non sai che cosa stai facendo? Perché stai accumulando così tanti peccati causando sofferenza a Parshvanath? Adesso ferma questo cataclisma!”
Il monaco Parshvanath era così immerso nella meditazione che non si accorse mai di tutto ciò che avveniva intorno a lui.
Meghkumar si impaurì per quei severi rimproveri e immediatamente rimosse tutta l’acqua.
Chiese perdono a Parshvanath e se ne andò.
Poco dopo questi fatti, Parshvanath raggiunse l’onniscienza e divenne il ventitreesimo Tirthankara dell’era moderna.





Mahavira, il ventiquattresimo Tirthankara

Il Principe senza paura

Un giorno, il Principe Vardhamäna, insieme ai suoi giovani amici, stava giocando vicino a un grande albero secolare.
Di colpo, essi videro un serpente nero, con occhi gialli, che soffiava minaccioso.
Gli amici del Principe si spaventarono: alcuni scapparono via, altri si arrampicarono sull’albero.
Soltanto Vardhamäna rimase calmo.
Andò vicino al serpente.
Dolcemente lo accarezzò, lo prese e lo spostò senza fargli del male.
Tutti gli amici si rassicurarono.
Vardhamäna disse loro: “Dovete avvicinare le creature con amicizia, non con paura!”


Vardhamäna e il mostro

Un pomeriggio, il Principe Vardhamäna stava giocando con i suoi anici a “tocca e cavalca”.
Chi riusciva a toccare un altro senza farsi toccare avrebbe vinto e il perdente avrebbe dovuto trasportarlo sulla propria schiena.
Un nuovo bambino si unì al gioco.
Questo bambino era facile da battere: perse sempre e si fece cavalcare da tutti.
Anche il Principe Vardhamäna batté il nuovo arrivato.
Pochi minuti dopo, mentre Vardhamäna era sulla sua schiena, il bambino iniziò a crescere e diventare sempre più grande e alto.
All’inizio, gli amici di Vardhamäna guardavano l’evento con curiosità.
Subito dopo, la faccia del bambino iniziò a trasformarsi in un orribile ghigno e i bambini si spaventarono e corsero via in preda al panico.
Alcuni bambini scapparono sugli alberi mentre altri corsero a casa dai genitori.
Vardhamäna rimase invece calmo e coraggioso.
Il mostro continuò a crescere tantissimo; a un certo punto, Vardhamäna gli diede un pugno sulla testa.
Il mostro cercò di disarcionare Vardhamäna dalla propria schiena per evitare un altro pugno, ma non vi riuscì.
Alla fine, il mostro si arrese e chiese perdono.
Vardhamäna lo perdonò prontamente.
Il mostro lo chiamò Mahavira, che significa Grande Eroe.
Da quel momento, il Principe Vardhamäna venne chiamato Mahavira.


Toglimi dalla povertà!

Il Principe Mahavira diede via tutti i suoi possedimenti e divenne un asceta vestito solo di un telo leggero.
Il cuore di Mahavira traboccava di equanimità e di compassione.
Sul suo volto,  un sorriso spontaneo di beatitudine.
Camminava con passo sicuro e deciso nelle giungle più pericolose senza esitare.
Un pomeriggio sentì un debole richiamo provenire da dietro di lui.
Un debole e malato Bramino, muovendosi adagio con l’aiuto di un bastone, lo raggiunse e crollò ai suoi piedi.
Lacrime scendevano dai suoi occhi; sul suo viso, un’espressione di sofferenza.
Con umiltà chiese: “Principe! Per favore aiutami, dammi qualcosa, toglimi dalla povertà!”
Mahavira riconobbe il vecchio e si ricordò di Som Sharma della città di Brahmankund. 
Molto tempo prima apparteneva alla corte del Re Siddhartha.
Il Re lo manteneva con tutto ciò che desiderava.
Era felice, allora...
Ma, dopo la morte del Re, non l’aveva più visto.
Som Sharma gli disse: “Principe, ho vagato da uno Stato all’altro dopo la morte del Re Siddhartha, il mio protettore.  Dovunque andavo, la cattiva sorte mi seguiva. Dopo due anni di vagabondaggio sono tornato a casa stamattina; i miei parenti mi hanno informato che tu avevi già dato via tutte le tue ricchezze e reso ricca molta gente. Principe! Per favore, sollevami dalla povertà con le tue mani gentili e generose!”
Mahavira era pieno di compassione ma ormai non aveva più niente da offrire.
Usò quindi il suo telo: lo divise in due e ne diede una parte al Bramino.
Il Bramino era pieno di gioia.
Prese la veste e la portò a un sarto per chiederne il valore.
Il sarto esclamò: “Bramino, come hai avuto questa veste divina? È solo una parte di un intero. Se mi puoi portare anche l’altra metà sarò in grado di rimetterla insieme e potrai rivenderla per centomila monete d’oro.”
Il Bramino corse dietro a Mahavira ma non ebbe il coraggio di mostrarsi così avido.
Così lo seguì sempre e dovunque andasse.
Dopo circa un anno l’altro pezzo di stoffa scivolò via dalle spalle di Mahavira.
Som Sharma lo prese, lo portò dal sarto e vendette il divino telo al Re Nandivardhan per centomila monete d’oro.



 

Mahavira e il pastore

Un giorno il Signore Mahavira, dopo aver vagato da un posto all’altro, si fermò sotto un grosso albero, subito fuori da un villaggio, a meditare.
Mentre meditava, arrivò un pastore con le sue mucche.
Stava cercando qualcuno che badasse agli animali per poter svolgere alcune commissioni.
Chiese a Mahavira se poteva accudire gli animali per qualche ora.
Il Signore Mahavira era immerso in una meditazione così profonda che non lo udì e non si accorse di niente ma il pastore se ne andò, convinto che Mahavira avesse accolto la sua richiesta di badare alle mucche.
Nel frattempo, le mucche iniziarono a pascolare nei dintorni cercando l’erba preferita.
Qualche ora dopo, il pastore tornò e tutte le mucche erano disperse.
Chiese a Mahavira: “Dove sono finite le mie mucche? Che cosa ne hai fatto?”. Il Signore Mahavira era ancora immerso nella meditazione e non rispose.
Il pastore iniziò a cercare le sue mucche.
Cercò e cercò ma non le trovò.
Mentre era in giro a cercare, le mucche ritornarono nel posto in cui Mahavira stava meditando.
Quando il pastore tornò, sorprendentemente, tutte le mucche erano vicine a Mahavira che, distaccato da tutto, continuava a meditare.
Il pastore si arrabbiò molto perché credette che Mahavira le avesse nascoste per appropriarsene.
Prese la frusta e stava per iniziare a frustarlo quando un Angelo scese dal cielo e gli bloccò il braccio.
“Non vedi che il Signore Mahavira è immerso nella meditazione?” chiese l’angelo.
“Ma mi ha ingannato!” disse il pastore.
L’Angelo rispose: “Lui è un illuminato. Non è legato alle tue mucche né a nient’altro che faccia parte del mondo. È immerso nella meditazione e non ti può sentire. Non ha fatto niente. Avresti accumulato karma negativo nel fargli del male.”
Il pastore si rese finalmente conto di aver commesso un errore. Si scusò con Mahavira e se ne andò in silenzio.
Anche l’Angelo tornò nella regione celeste, felice per aver evitato sofferenze a Mahavira.



Il tempio degli scheletri

Continuando nel suo vagabondare, Mahavira arrivò un giorno in un villaggio vicino al fiume Vegvati.
Subito fuori dal villaggio, su una piccola collina, c’era un tempio circondato da tantissime ossa e scheletri.
Considerandolo un posto particolare ma appropriato per la meditazione, chiese il permesso agli abitanti del villaggio di utilizzarlo.
Molte persone andarono a rendere omaggio all’asceta Mahavira e lo informarono che, una volta, il povero villaggio era una grande e prosperosa città.
Tutto era cambiato da quando il demone Shulpani Yaksha, che danzava e rideva sopra cumuli d’ossa, aveva trasformato la città di Vardhaman  in Asthikgram, il villaggio delle ossa.
Questi si era impadronito del tempio e non permetteva a nessuno di uscirne vivo.
Tutti cercarono di dissuadere Mahavira dall’andare al tempio.
Ma Mahavira era determinato a togliere le radici della paura e gettare i semi del coraggio.
Insistette e, alla sera, era completamente immerso nella meditazione proprio fuori dal tempio.
Quando scesero le tenebre, l’aria si fece piena di suoni da brivido.
Shulpani, il demone con la lancia, apparve nel cortile ed emise suoni di tromba paurosi.
Era molto sorpreso di vedere un essere umano in meditazione senza paura.
Produsse tuoni che fecero vibrare le pareti del tempio ma l’asceta non si mosse.
Fece apparire un elefante pazzo che minacciò Mahavira con zanne terrificanti, poi un fantasma orribile che cercò di terrorizzarlo, e ancora un serpente nero che lo attaccò con i suoi denti e il suo respiro velenoso.
Alla fine, gli creò dolore in punti delicati del corpo (occhi, orecchie, naso, testa, denti, unghie e schiena).
Ma Mahavira aveva una capacità illimitata di sopportare il dolore.
Anche quelle estreme agonie non riuscirono a togliere serenità al Signore Mahavira.
Esaurite tutte le sue demoniache energie, Shulpani iniziò a preoccuparsi.
Pensò di avere a che fare con una potenza divina troppo forte, che, volendo, avrebbe anche potuto distruggerlo.
Immediatamente, una luce divina illuminò la sua anima.
Pian piano la sua rabbia si dissolse, la sua paura scemò e un senso di beatitudine lo riempì.
Con profonda umiltà chiese perdono a Mahavira.
Mahavira aprì gli occhi e, alzando una mano, disse: “Shulpani! La rabbia crea rabbia e l’amore crea amore. Se non causi paura, sarai libero da tutte le paure. Distruggi dunque il veleno della rabbia che ti corrode!”



Il cobra Chandkaushik

Questa è una avventura capitata al ventiquattresimo Tirthankara Mahavira quando era un monaco.
Egli era solito digiunare, meditare e fare penitenze.
Camminava a piedi nudi da un posto all’altro, di villaggio in villaggio.
Un giorno decise di andare al villaggio di Vachala.  Usando la strada più diretta era necessario passare attraverso una foresta dove viveva un famoso serpente cobra velenoso chiamato Chandkaushik.
Si diceva che Chandkaushik potesse uccidere una persona anche soltanto fissandola con il suo sguardo cattivo e feroce.
Tutte le persone dei villaggi vicino alla foresta vivevano nel terrore assoluto.
Quando gli abitanti del villaggio seppero dell’intenzione di Mahavira di attraversare la foresta, lo pregarono di prendere un’altra strada .
Ma Mahavira non aveva paure e praticava la massima Nonviolenza.
Non odiava nessuno e considerava la paura e l’odio come violenza verso se stessi.
Era in pace con se stesso e con tutte le altre creature viventi.
C’era sempre un’espressione di serenità e di compassione sul suo volto.
Convinse tutti a lasciarlo andare e si incamminò per il pericoloso sentiero.
Dopo un po’ notò che la bella terra verde sfumava in un deserto. Alberi e piante erano morte.
Seppe così di essere arrivato nella terra di Chandkaushik.
Mahavira si fermò per meditare. Pace, tranquillità e compassione per tutti gli esseri vivente fluirono nel suo cuore.
Chandkaushik sentì che qualcuno si era introdotto nel suo territorio e uscì dalla sua tana.
Non senza sorpresa, vide un uomo tranquillamente seduto e divenne immediatamente furioso pensando: “Come osa costui venire nella mia terra!”.
Chandkaushik iniziò a soffiare a Mahavira per spaventarlo.
Non riusciva a comprendere la tranquillità di Mahavira. 
Divenne ancora più furioso, si avvicinò ancora a Mahavira, pronto a morderlo.
Non vide intenzioni di fuga da parte di quest’uomo che non sembrava per niente spaventato.
Tutto ciò rese Chandkaushik ancora più cattivo, iniziò a mordere e, per tre volte, iniettò il veleno a Mahavira.
Il veleno non infettò Mahavira né disturbò la sua meditazione.
Chandkaushik non era preparato a questo.
Divenne ancora più furioso e morse il piede di Mahavira.
Quando guardò ancora l’uomo, fu sconvolto dal fatto che, non solo non gli era successo niente, ma, invece di sangue, usciva latte dalle ferite.
Mahavira aprì gli occhi. Era tranquillo e totalmente privo di paura o rabbia.
Guardò Chandkaushik negli occhi e gli disse: “Svegliati! Svegliati Chandkaushik! Pensa a che cosa stai facendo!”
C’erano amore e compassione nelle sue parole.
Chandkaushik si calmò immediatamente e provò la sensazione di aver già conosciuto quell’uomo.
Immediatamente ricordò le vite precedenti.
Chandakaushik realizzò la verità, comprese dove lo avevano portato la rabbia e l’ego delle sue vite precedenti.
Pacificamente appoggiò la testa al suolo.
Mahavira riprese il suo cammino.
Chandkaushik, ormai in pace, entrò nella tana solo con la testa, lasciando fuori il suo corpo.
Dopo un po’, quando le persone seppero che Chandkaushik non era più pericoloso, mosse dalla curiosità, andarono a vederlo.
Lo trovarono disteso in pace.
Alcuni iniziarono a idolatrarlo e gli offrirono cibo.
Altri invece, arrabbiati per aver perso a causa sua persone amate, gli tirarono pietre e lo colpirono con bastoni.
Il sangue del serpente attirò molte formiche che iniziarono a cibarsi delle carni di Chandkaushik.
Chandkaushik, bastonato e ferito, rimase calmo, in pace, senza più rabbia.
Questo autocontrollo dei propri istinti distrusse il karma negativo accumulato in passato.
E così, alla fine della sua vita, il cobra Chandkaushik fu liberato dalle rinascite.


  




L’importanza del contributo di Mahavira nella Dottrina Jainista


Il periodo di dodici anni di pratiche spirituali del Signore Mahavira gettò le basi del cammino per il raggiungimento dell’onniscienza e della condizione di Illuminato.
Dopo la Sua piena Illuminazione, Egli dedicò i rimanenti trent’anni della Sua vita al benessere di tutte le creature viventi. In questo periodo Egli rivoluzionò il pensiero umano, sconvolse molte false dottrine e attaccò tanti dogmi tradizionali. Le Sue azioni e i principali contributi nel campo del benessere umano e animale si possono così sintetizzare:
 
                1.  Mahavira si oppose ai sacrifici animali e umani, alle superstizioni che popolavano l’India e ai rituali creati  per ottenere benefici per la vita successiva. Come alternativa, diffuse il cammino della Nonviolenza (Ahimsa) basato sull’impegno e sugli sforzi personali del singolo individuo, senza la possibilità di delegare a rituali o a intermediari.

                2.  Abolì la tradizione ormai consolidata di non permettere alle donne in generale e a uomini e donne delle caste più basse il diritto allo studio e alla partecipazione ai rituali religiosi. Fu così coraggioso e saggio da iniziare allo studio religioso e filosofico persone di tutti i ceti sociali. Fornì uguali diritti allo studio per tutti. Con successo eliminò il sistema delle caste in tutte le aree in cui il Suo pensiero si diffuse.

                  3. Sotto la Sua influenza, lo status normale basato sulle caste, il benessere, la ricchezza e la potenza fu sostituito da un altro basato su valori etici e morali.

                4.  Parlò alle persone con la lingua comune e non utilizzò il Sanscrito, il linguaggio degli istruiti e delle classi più elevate.
 
                 5.  Per gli asceti della Sua scuola, Mahavira promosse l’idea di un cammino di distacco dai piaceri, attraverso penitenze, austerità e meditazione. Ancora oggi gli ordini monastici ed ascetici si fondano sul distacco, l’equanimità, la consapevolezza, la Nonviolenza e la disciplina.

                6.  I Suoi seguaci provenivano da tutte le classi sociali ed erano sia uomini che donne, con larga presenza di queste ultime; ancora oggi, l’ordine monastico jainista è formato prevalentemente da monache, le quali sono generalmente insegnanti.

Intorno al 1133 il regno di Kumarpal, Re del Gujarat, Stato dell’India occidentale, fu largamente influenzato dal grande maestro Jain Acharya Hemchandra, seguace di Mahavira. Il Re era così ispirato dai Suoi insegnamenti sull’Ahimsa e la Compassione che aveva introdotto nell’intero Stato il divieto di uccidere gli animali per cibo, per sport, per divertimento.

                8.  In sintesi, gli originali contributi di Mahavira furono: la dottrina dell’Ahimsa (Nonviolenza) e il codice della relatività della conoscenza e della molteplicità dei  punti di vista (Anekantavada) che divennero le basi della moderna Dottrina spirituale jainista.

 




Per approfondire:

http://www.jainworld.com

http://www.jainaelibrary.org/

http://www.atmadharma.com

http://www.jaingranth.com

http://jainsquare.com/

http://www.acharyasunilsagar.com

http://www.cs.colostate.edu/~malaiya/jainhlinks.html

http://www.angelfire.com/co/jainism

http://www.jcnc.org

http://www.fas.harvard.edu/pluralsm/affiliates/jainism

http://www.jainism.org

http://imjm.org

http://www.jainsamaj.org

http://www.jainmeditation.org



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