
la
più
antica Religione della Nonviolenza
Universale
'Vivi
e aiuta a vivere.
Ama tutti. Servi tutti'
Jai Jinendra!
Da oltre duemilacinquecento anni esiste
sul nostro pianeta un caposaldo della
Spiritualità e della Nonviolenza: il Jainismo.
La Spiritualità jainista si basa
sulla regola
aurea dell’Ahimsa, il rispetto
attivo nei confronti di ogni vita,
animale o vegetale, che è divina e sacra, e contiene
un’anima individuale eterna, potenzialmente perfetta e santa, che
aspira a liberarsi dai vincoli con la materia.
La condotta dei
Jain è orientata al pacifismo, alla
tolleranza, alla protezione della creazione e delle creature, alla
continenza, alla
mitezza, al vegetarismo,
all’altruismo, alla sincerità, al perdono, all'ecumenismo.
Nel Jainismo cinque Regole principali sono:
Nonviolenza - Ahimsa
Castità - Brahmacharya
(o fedeltà coniugale per i laici sposati)
Verità e
sincerità - Satya
Non rubare e non essere mai scorretti
o sleali - Asteya
Non attaccamento - Aparigraha.
Il principale Mantra jainista è il Namokar
Mantra:
Namo Arihantanam
Namo Siddhanam
Namo Ayariyanam
Namo Uvajjhayanam
Namo Loe Savva-sahunam.
Eso Panch Namokaro
Savva-pavappanasano
Manglananch Savvesim
Padhamam Havei Mangalam.
Nel Jainismo non vi sono
sacerdoti, gerarchie, un papa, né si trovano dogmi o
intermediari.
Il Jainismo è una Dottrina
spirituale
ateista ma solo nel senso che rifiuta scientificamente ed empaticamente
l'idea
di un creatore increato, di un primo motore immobile, ritenendola
illogica e non utile per il progresso spirituale: il Jainismo
riconosce invece numerosissimi Dei intesi come esseri autoliberatisi
grazie ai propri sforzi personali.
Sacra
è la vita in ogni sua forma: ogni espressione
vivente, animale o
vegetale, così come anche la terra, l’acqua, il vento, la
rugiada, è sacra.
La metafisica jainista
attribuisce grande importanza
alla logica sul piano cognitivo; viene data una spiegazione
scientifica, codificata nei minimi particolari, dell’origine e del
divenire degli universi, eterni e increati, in cui si dimostra
scientificamente che
l’anima non nasce e non muore, ma migra di corpo in corpo fino alla
sua Liberazione, che può
essere ottenuta disgregando i
frutti dei propri karma e dei propri attaccamenti.
La filosofia dei Jain postula le Dottrine del Non-assolutismo
e della Molteplicità dei punti
di vista (“Anekantavada” e "Syadvada") e
la Dottrina della Costante Vigilanza.
Le Dottrine del Non-assolutismo
e della Molteplicità dei punti di vista insegnano ad allargare
il
proprio
punto di vista, la prospettiva di giudizio, e a vedere in ogni
affermazione, pensiero, credo, contemporaneamente una parte di vero, di
non vero, di descrivibile e di indescrivibile. L’adozione di
queste Dottrine apre la mente e il cuore all'ecumenismo e al
superamento di ogni differenza di religione, di
pensiero, di appartenenza.
La Dottrina della Costante
Vigilanza richiede ai Jain di non allentare mai la propria attenzione
nei confronti del
rispetto per le altre vite e nei confronti dell’applicazione
dell’Ahimsa. E’ detto che un individuo
costantemente vigile
è sempre nonviolento, anche quando per una circostanza
imponderabile e involontaria causa una
violenza; mentre
un individuo disattento è sempre violento nel suo cuore, anche
quando non causa direttamente una violenza.
Il rispetto attivo per gli
animali e per la natura
è fondamento stesso dell’etica jainista. Presso le
Comunità e i Templi Jain gli
animali non devono temere per la propria
incolumità; accanto ai Templi si trovano sovente i
Panjarapole, rifugi per
animali e uccelli, e talvolta veri e propri centri
veterinari, sovvenzionati dalle comunità dei laici che si
occupano
inoltre del mantenimento e della protezione dei monaci, degli asceti,
dei templi, delle biblioteche, degli ostelli. Talvolta i Jain
acquistano
animali dai macelli
per dare loro salvezza e ricovero.
La
devozione jainista non è concepita per l’ottenimento di
miglioramenti spirituali o materiali; per i Jain non è
pensabile un’adorazione volta all’ottenimento di benefici, grazie o
miracoli; la riverenza ai ventiquattro Saggi Tirthankara (
= Costruttori del ponte),
esseri umani illuminati e autoliberatisi, è fine a sé
stessa. I Tirthankara non possono essere toccati
dalle
umane sollecitazioni; loro compito è essenzialmente
quello di indicatori della Via verso la
Liberazione. Ogni
progresso personale può avvenire unicamente grazie agli sforzi,
alla condotta, all’impegno dell'individuo. Ciò si
descrive attraverso l'adozione dei Tre
Gioielli: Retta Fede, Retta
Conoscenza, Retta Condotta.
Contrariamente a quanto accade presso altre religioni, dove il progredire di rango nella gerarchia ecclesiastica comporta un sempre maggiore prestigio, maggiore ricchezza di paramenti, e vistosi miglioramenti materiali ed esteriori, nel Jainismo, con il progredire dell’evoluzione sul piano spirituale, aumentano le rinunce e le restrizioni.
I monaci e le monache Swetambara ( = Vestiti di bianco) possiedono solo un abito bianco, una ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, un bastone, un piumino per rimuovere gli insetti dal loro cammino e prima di sedersi e coricarsi, una pezzuola sulla bocca per non nuocere ai batteri dell’aria.
Gli asceti Digambara ( = Vestito di cielo) possiedono il piumino e il contenitore per l'acqua con cui lavarsi i piedi prima di entrare nei templi; elemosinano il cibo e l’acqua da bere nell'incavo delle mani giunte.
L'alimentazione dei
Jain è da sempre molto
restrittiva.
I Jain oltre a
non cibarsi di alcun
animale, non si cibano neppure di tutte quelle creature vegetali che
contengono princìpi di vita (e quindi l'anima)
estirpando le
quali si uccide l'intera pianta: bulbi, radici,
patate,
carote, rape, e neppure il miele, prodotto mettendo in pericolo
la
vita
delle api.
Il termine Jain significa Vittorioso e designa
colui che ha vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni, sull’egoismo,
sul materialismo, sulle passioni, sull'aggressività.
L’origine del Jainismo si perde
nella notte dei
tempi; sono noti al mondo gli ultimi ventiquattro Saggi
Tirthankara che reiterarono i fondamenti
della Dottrina, il più recente dei quali, Vardhamana Mahavira visse in
India
intorno al 600 a.C.
Mahavira era contemporaneo di Buddha; come lui
figlio di un raja, decise di
ritirarsi per
meditare sulla natura dell’anima raggiungendo il Nirvana pare con
vent’anni di anticipo sul Buddha. Sia Buddha che Mahavira si
opposero al vedantismo a
causa della divisione in caste e dei sacrifici animali. Le differenze
più evidenti tra le due Dottrine consistono nel fatto che nel
Jainismo ogni vivente è dotato di un’anima
individuale; inoltre per il Jainismo è indispensabile
rinunciare completamente al corpo attraverso la Dottrina del Distacco
per compiere il proprio processo di Liberazione.
Come rilevato da diversi studiosi, il
Jainismo rappresenta il massimo
tentativo che sia stato messo in atto in ambito spirituale per ridurre
o
annullare la violenza.
Possa il rigoroso Messaggio
dei Jain
stimolare
le
coscienze, e
indicare un attivismo nobilitante e ottimista, in profonda
sintonia con
la creazione e con le creature. Ciascuno può
diventare nel proprio cuore
un Jain, ma non senza quel radicale cambiamento di natura e di
condotta che
l’adesione al comandamento dell’Ahimsa comporta. Del resto non
è necessario accettare la Dottrina della Reincarnazione per
accostarsi al Vegetarismo. E' sufficiente far
visita a un macello.
Le
già severe restrizioni alimentari prescritte dalla Dottrina dei
Jain sono state così sottoposte a una revisione critica
nell’ottica di una attualizzazione
dell’adesione alla Regola
dell’Ahimsa calata nei nostri giorni.
La maggioranza
dei gruppi religiosi allenta le proprie prescrizioni al fine di
meglio adattarle alla modernità. Coraggiosamente,
con il
rigore che da sempre li contraddistingue, i Jain, in seguito
all'invenzione spietata dell’”animale-macchina”, hanno adottato per
se stessi regole sempre
più restrittive.
E’
così che
attualmente i Jain vanno sostituendo il latte di bovine
con il latte di soia, di avena, di mandorle, di riso, d'orzo, di farro,
ecc.
Il modello Vegan
auspicato
dai Jain è di fatto l’unico modo per vivere
pienamente, fino in fondo, la Regola d’oro dell’Ahimsa, oggi.
Attualmente il Jainismo è l’unico ambito spirituale a suggerire decisamente l’alimentazione Vegan quale massima espressione di una Nonviolenza quotidiana pienamente vissuta.
Da SAMAN
SUTTAM - IL CANONE DEL JAINISMO, LA PIU' ANTICA DOTTRINA
DELLA NONVIOLENZA
tradotto da Claudia Pastorino e
Claudio Lamparelli,
Mondadori, 2001:
(147) E’ caratteristica
essenziale di ogni uomo
saggio che non uccida alcun Essere Vivente. Senza dubbio, un
individuo
dovrebbe comprendere semplicemente i due principi chiamati Non-violenza
ed Eguaglianza verso qualsiasi Essere Vivente.
(148) Tutti gli Esseri Viventi
vogliono vivere e non
morire; per questo le persone completamente prive di attaccamenti
(Nirgranthas) proibiscono l’uccisione degli Esseri Viventi.
(149) In tutti i casi, sia
consapevolmente che
inconsapevolmente, un individuo non dovrebbe mai uccidere gli altri
Esseri Viventi -mobili o immobili- di questo mondo, né
permettere ad altri di ucciderli.
(150) Come il dolore non ti è
gradevole,
ugualmente non lo è per gli altri. Conoscendo questo principio
di Eguaglianza, tratta sempre gli altri con Rispetto e Compassione.
(151) Uccidere un Essere Vivente
è come
uccidere sé stessi; mostrare compassione ad un Essere Vivente
è come mostrarla a se stessi. Colui che desidera il proprio
bene, dovrebbe evitare di causare qualsiasi tipo di danno ad un altro
Essere Vivente.
(152) L’Essere Vivente che
vorresti uccidere
è uguale a te stesso; l’Essere Vivente che vuoi tenere
sottomesso è uguale a te stesso.
(154) Anche la sola intenzione di
uccidere causa la
schiavitù del karma, sia che tu uccida sia che tu non uccida;
dal punto di vista reale, la natura di chi manifesta l’intenzione di
uccidere è schiava del karma.
(155) Sia il non astenersi dalla
violenza, che
l’intenzione di commetterla, è himsa (violenza).
Anche il comportamento non costantemente
vigile a causa
delle passioni, equivale a himsa.
(156) La persona saggia è quella
che lotta
sempre per sradicare i suoi karma e che non è attratta da
himsa. Uno che si sforza fermamente di rimanere non-violento è,
dal punto di vista reale, ‘uno che non causa uccisioni’.
(157) Secondo le Scritture
l’individuo è sia
violento che non-violento. Quando l’individuo è attento e vigile
sulla propria condotta, è non-violento; quando si distrae,
è violento.
(158) Non esiste una montagna più
alta del
Meru; non esiste niente di più esteso del cielo; ugualmente, si
sa che non esiste in questo mondo una religione più grande della
Religione dell’Ahimsa.
Da
L'ESSENZA DEL JAINISMO
- LA STORIA, IL
PENSIERO, LE FIABE
di Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti, Editori
Riuniti, 2003:
L’India è uno straordinario Paese ricco di tradizioni
spirituali.
Proprio quando l’Occidente era convinto di conoscerne la storia, le
religioni e le filosofie, l’India ci sorprende con una antichissima e
affascinante Dottrina spirituale pressoché sconosciuta in
Italia, il Jainismo.
Il Jainismo costituisce senza dubbio il più alto e concreto
tentativo che sia mai stato attuato in ambito spirituale per indicare
un modo di vita profondamente nonviolento, non solo nella teoria ma
anche e soprattutto nella pratica quotidiana.
Intorno al sesto secolo avanti Cristo, nell’India settentrionale, visse
e predicò un grande Illuminato al quale viene riconosciuta
personalità storica, Vardhamana Mahavira. Egli non fondò
una nuova Dottrina, ma reiterò la Dottrina predicata dai
ventitré Saggi (Tirthankara = “costruttori del guado”) che lo
avevano preceduto: il Jainismo, la più antica Dottrina della
Nonviolenza e della Compassione universale.
Mahavira, figlio di un raja, all’età di trent’anni decise di
abbandonare gli agi della casa paterna per ritirarsi a meditare sulla
natura dell’anima e sulla via per la Liberazione dalla sofferenza del
ciclo trasmigratorio di morti e rinascite.
Contemporaneo del Buddha, prese anch’Egli le distanze dal
sistema
vedico a causa soprattutto della divisione in caste e dei sacrifici
animali. Ma al contrario del Buddha che, dopo aver seguito per anni il
modello ascetico se ne discostò per ricercare la “via di mezzo”,
Mahavira rinvigorì le regole ascetiche, prescrisse un codice
monastico fondato sul distacco, delineò un codice morale dal
quale fosse bandita anche la minima violenza contro qualsiasi creatura
umana, animale o vegetale. Mahavira insegnò la parità tra
tutti i viventi, senza distinzioni di casta, di sesso, di specie o di
razza.
Il termine “Jain” significa “Vittorioso” e designa colui che abbia
vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni, sull’egoismo, sul
materialismo e sulle passioni.
Il Jainismo è una Dottrina spirituale ateista, che non
presuppone, cioè, l’esistenza di un Dio né di più
Dei creatori dell’Universo. Il Jainismo identifica il Sacro con
l’energia vivente: l’anima di ogni essere vivente (uomo, animale,
vegetale, e anche degli elementi) è eterna e
divina.
L’anima ritorna a fondersi con l’Assoluto e si libera dalla sofferenza
delle rinascite, soltanto dopo essersi completamente liberata dagli
attaccamenti, attraverso il distacco, le meditazioni, le
austerità, l'autopurificazione, l'ascetismo e la stretta
osservanza del comandamento dell’Ahimsa, cioè Nonviolenza
attiva
verso tutte le Creature: questa è, nel Jainismo, la via verso la
Liberazione.
Occorre sciogliere il nodo tra l’anima e la materia, determinato dai
frutti delle azioni che sono state compiute, sia cattive che buone, che
generano inevitabilmente karma (negativo o positivo): l’accumulo di
karma è la causa diretta delle rinascite
L’universo jainista è ricco e composito: le anime incatenate
alla materia si reincarnano in questo mondo terreno nelle varie forme
viventi, oppure nella regione celeste in forma di angeli, semidei o
dei, o ancora nella regione infernale: in ogni caso, tutte queste anime
aspirano a liberarsi dal corpo per raggiungere lo stadio di “Anima
Liberata” e rifondersi con l’Assoluto.
L’osservanza dell’Ahimsa costituisce il cuore stesso e la regola d’oro
del Jainismo; Ahimsa significa simpatia, fratellanza, amore verso ogni
creatura; significa riconoscere in ogni altro il proprio sé. Il
Jainismo attribuisce, inoltre, estrema importanza alla “Costante
Vigilanza” e all’”Intenzione”: l’Ahimsa deve essere applicata
attivamente in ogni istante della propria esistenza e nei confronti di
qualunque vivente.
Il Jainismo postula la dottrina dell’Anekantavada, cioè
relatività della conoscenza o molteplicità dei punti di
vista: questa dottrina, ben esemplificata dalla favola “L’elefante e i
non vedenti”, insegna a riconoscere una parte di verità in ogni
idea, pensiero, religione, aprendo così la mente e il cuore a un
reale ecumenismo e all’accettazione delle differenze.
Un aspetto interessante della devozione jainista è che questa
non è concepibile per l’ottenimento di miglioramenti spirituali
o materiali: la riverenza ai ventiquattro Saggi Tirthankara è
fine a sé stessa; compito dei Saggi è essenzialmente
quello di Indicatori della giusta via verso la Liberazione. Ogni
progresso personale può avvenire unicamente grazie agli sforzi,
alla condotta e all’impegno personale del singolo individuo.
Il Jainismo si divide in due Scuole principali: Svetambara e Digambara.
I monaci e le monache Svetambara (= “Vestito di bianco”) possiedono un
abito bianco, una ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, un
bastone, un piumino per rimuovere gli insetti dal loro cammino e prima
di sedersi e coricarsi, una pezzuola sulla bocca per non nuocere ai
batteri dell’aria.
I monaci e gli asceti Digambara ( = “Vestito di cielo”) non possiedono
altro che il piumino e un
contenitore per l’acqua con cui lavarsi i piedi prima di entrare nei
templi; elemosinano il cibo e l’acqua da bere nel cavo delle mani
giunte.
I Jain (monaci e laici di entrambi le Scuole), oltre a non
cibarsi di
alcun animale (di aria, di acqua e di terra), non si cibano neppure di
tutte quelle creature vegetali prelevando le quali si uccide l’intera
pianta non lasciandole la possibilità di continuare a crescere e
a produrre i suoi frutti (come i bulbi e le radici: carote, patate,
rape, eccetera); non si cibano inoltre dei frutti ricchissimi di semi,
e quindi di animae, come il melograno, e neppure del miele, prodotto
mettendo in pericolo la vita delle api. Dall’avvento, poi,
dell’industrializzazione dello sfruttamento degli animali per la
produzione di uova, latte e latticini (allevamenti intensivi e
allevamenti in batteria), i Jain bandiscono anche gli alimenti di
origine animale, poiché la loro produzione comporta
inevitabilmente grande violenza (Himsa) sugli animali. Le più
recenti indicazioni dottrinali jainiste suggeriscono, infatti, uno
stile di vita Vegan (o “Vegetaliano”) al fine di ridurre al minimo la
violenza.
Questo codice morale fa del Jainismo una Dottrina che, pur così
antica, si trova a essere in linea con il più spinto pacifismo,
animalismo e ambientalismo contemporanei. E proprio l’estremo rigore
nella pratica della Nonviolenza ha contribuito a fare del Jainismo, nel
corso dei secoli, una Dottrina minoritaria: attualmente i Jain sono
circa dieci milioni, quasi tutti in India e negli Stati Uniti d’America.
Fra il 100 e l’800 d.C. vennero compilate numerose Scritture sia
dalle
comunità di Digambara che dalle comunità di Svetambara.
Intorno al 1970, grazie all’iniziativa di Sri Acharya Vinobaji,
studioso indiano di Religioni e discepolo del Mahatma Gandhi (a sua
volta di fede jainista), i Jain indiani decisero di redigere un testo
comune e unanime per la divulgazione nel mondo della loro Dottrina: per
la realizzazione di quest’opera unitaria vennero riuniti in assemblea
tutti i monaci rappresentanti delle diverse Scuole jainiste.
Vinobaji, insieme ad alcuni collaboratori, studiò le principali
Scritture jainiste e stese una prima versione dell’Essenza del
Jainismo, sulla base della quale l’assemblea elaborò
all’unanimità la versione definitiva del “Saman Suttam” (= “Il
libro dei credenti nella non esistenza di Dio”), suddivisa in 756
versetti sul modello del “Dhammapada”.
Nel 1975 venne data alle stampe la versione in prakrito con la
traslitterazione in caratteri latini: per la prima volta veniva
pubblicato un lavoro unanime, che, finalmente, avrebbe potuto divulgare
l’Essenza del Jainismo in tutto il mondo.
Nel 1993 venne pubblicata, in India e negli Stati Uniti, la prima
versione tradotta in inglese.
Nel 2001 è stata pubblicata, per la prima volta in Italia, la
traduzione in lingua italiana, “Saman Suttam, il Canone del Jainismo,
la più antica Dottrina della Nonviolenza”, a cura di Claudia
Pastorino e Claudio Lamparelli.
Coltivare intenzioni positive verso noi stessi e verso gli
altri,
nutrire sentimenti di amore e di fratellanza attiva verso tutte le
creature, vedere sé stesso in ogni altro vivente: questi sono
gli insegnamenti del Jainismo. La proposizione dottrinale jainista
è, infatti: “Vivi e lascia vivere. Ama tutti, servi tutti!”, ove
per tutti si intendono gli esseri umani, animali e vegetali, ma anche
la terra, il fuoco, l’acqua e l’aria.
Le fiabe e i racconti jainisti più significativi, raccolti per
la prima volta in un unico libro, costituiscono un modo piacevole di
accostarsi alla conoscenza di questa antica (ma, per molti versi,
così attuale) Dottrina.
Benvenuti nell’affascinante mondo jainista!
La compassione
dell’elefante
C’era una volta un elefante che viveva in una foresta insieme ad altri
animali.
Un giorno un grosso incendio divampò nella foresta.
Per salvarsi, tutti gli animali, compreso l’elefante, corsero a
mettersi al riparo in un’area sicura.
In poco tempo la zona divenne sempre più affollata e si
riempì di animali.
L’elefante, per un attimo di prurito, sollevò la zampa e,
approfittando dell’occasione, un coniglio saltò velocemente a
occupare lo spazio libero che si era creato.
Nel momento in cui l’elefante stava per riappoggiare la zampa, si
accorse del coniglio seduto e, per evitare di ucciderlo o di fargli del
male, rimase con la zampa sollevata.
L’incendio durò tre giorni e, in tutti questi giorni, l’elefante
rimase con la zampa sollevata.
Quando il fuoco si placò, tutti gli animali, compreso il
coniglio, se ne andarono.
L’elefante si sentiva felice di aver salvato la vita del coniglio.
Poi, cercò di appoggiare la zampa ma non ci riuscì
perché il suo corpo era rimasto bloccato.
Cadde.
E morì.
Come conseguenza della sua Compassione e della sua Premura, l’elefante
rinacque come Principe Meghkumar nella sua vita successiva.
Il monaco
Metarya, l’orafo e
l’uccellino
Metarya era nato in una famiglia di Paria, gli intoccabili.
Poiché il Jainismo non crede in nessuna discriminazione di casta
e considera tutte le anime uguali, Metarya fu ammesso come monaco e
divenne discepolo del Signore Mahävira.
Un giorno, sotto un sole molto caldo, il Monaco Metarya arrivò
nella città di Rajgriha.
Camminava a piedi nudi, non portava cappello ed era completamente
rasato.
Andava a elemosinare un po’ di cibo in ogni casa, indipendentemente
dalla ricchezza o dalla povertà del proprietario.
Arrivò alla casa di un artigiano molto famoso nella città
per la sua arte orafa.
Persino il Re Shrenik ammirava le sue capacità.
Quando il monaco Metarya arrivò nel cortile della casa
dell’orafo, quest’ultimo stava lavorando piccole gemme d’oro da
utilizzare per creare bellissimi gioielli.
Quando vide il monaco, l’orafo si sentì molto felice e onorato.
Smise subito il suo lavoro, si inchinò al monaco e lo
ringraziò per l’onore che gli aveva conferito con quella visita.
Mentre l’orafo era in cucina a prendere il cibo da offrire in elemosina
al monaco, un uccellino scese dal ramo di un albero e, col becco, prese
alcune gemme d’oro credendo fossero semi.
Il monaco se ne accorse e osservò l’uccellino tornare
sull’albero.
L’orafo tornò e gli offrì del cibo accettabile per un
monaco, cioè vegetariano e non proveniente da violenza o
sfruttamento.
Dopo aver accettato il cibo, il monaco ringraziò e riprese il
suo cammino.
Quando l’orafo tornò al suo lavoro si accorse però che
mancavano alcune gemme d’oro.
Cercò dovunque ma non riuscì a trovarle.
L’unica cosa che riusciva a pensare era che le avesse prese il monaco.
Pensò che forse le costose gemme avevano tentato il monaco
oppure, addirittura, che non si trattasse di un vero monaco
bensì di un malfattore travestito.
Gli corse dietro e lo trascinò a casa propria.
Gli chiese se avesse preso lui le gemme d’oro ma il monaco, calmissimo,
rispose: “No, non le ho prese io.”
L’orafo, ormai arrabbiatissimo, insistette con l’interrogatorio: “E
allora chi le ha prese?”.
Il monaco pensò che, se avesse raccontato all’orafo la
verità, egli avrebbe senz’altro ucciso l’uccellino e che tale
violenza non era assolutamente da permettere.
Non disse nulla e mantenne la calma.
L’orafo si convinse che, poiché non rispondeva, il monaco stava
nascondendo l’oro.
Si arrabbiò ancora di più e iniziò a colpirlo.
Il monaco rimase ugualmente calmo e quieto.
L’orafo, reso sempre più furioso dalla calma e
dall’immobilità del monaco, decise di dargli una lezione.
Lo fece stare sotto il sole con una striscia di cuoio bagnata legata
intorno alla testa.
Il cuoio, seccandosi, iniziò a restringersi e a procurare grande
dolore al monaco.
L’orafo era convinto che, prima o poi, non potendo resistere a tanto
dolore, il monaco avrebbe confessato.
Non era certo in grado di capire quanto questo monaco fosse
compassionevole e altruista, disposto a donare volentieri la propria
vita per salvare la vita di un uccellino mai visto prima.
Il monaco soffriva atrocemente ma non esitò mai e mantenne la
propria ferma convinzione di non dire all’orafo che cosa realmente
fosse accaduto, per non mettere in pericolo la vita dell’uccellino.
Non si arrabbiò neanche con l’orafo e rimase in pace pensando:
“Questo corpo è deperibile, perché mi dovrei preoccupare
per lui?”
Inoltre si sentiva pienamente felice di aver potuto salvare una vita.
In quello stato mentale di totale equanimità il monaco raggiunse
l’onniscienza, chiamata Kevaljnan. Nello stesso istante, la pressione
del cuoio divenne così forte che i suoi occhi scoppiarono ed
egli morì.
La sua anima si era per sempre liberata dal ciclo di morti e rinascite.
In quel mentre, un taglialegna che passava di lì buttò a
terra una fascina.
Il rumore spaventò l’uccellino che fece cadere le gemme d’oro.
L’orafo le vide, impiegò un attimo a comprendere, e subito si
pentì di aver dubitato del monaco.
Corse per liberarlo, ma era ormai troppo tardi.
Il matrimonio che non avvenne
Il Principe Nemkumär, figlio del Re Samundra Vijay, era fidanzato
con la Principessa Räjul, figlia del Re Ugrasen.
Nel giorno del loro matrimonio, il Principe Nemkumär viaggiava
verso il palazzo della Principessa Räjul su di una carrozza
riccamente adornata.
Mentre viaggiava felice, udì le urla di molti animali e uccelli.
Chiese al suo cocchiere il motivo di quelle grida.
Il cocchiere gli disse che quelli erano gli animali destinati al suo
pranzo di nozze.
Questa risposta gelò il sangue nelle vene del Principe
Nemkumär e lo rese molto triste.
“Gli animali soffrono quando vengono uccisi. Uccidere animali e uccelli
per l’alimentazione non è giusto e non è necessario”
disse.
Il Principe Nemkumär fece fermare la carrozza e andò a
liberare tutti gli animali.
L’illuminazione lo raggiunse in quello stesso momento.
Egli rinunciò al suo matrimonio e se ne andò.
Abbandonò tutte le ricchezze e tutti i piaceri terreni e si
ritirò nella foresta a meditare.
Molte tra le persone invitate al matrimonio furono illuminate dalla
scelta del Principe Nemkumär: divennero compassionevoli e smisero
anch’esse di mangiare la carne degli animali.
Soma la nuora
Molto molto tempo fa, c’era un mercante Jain molto
religioso.
Ogni mattina si svegliava e recitava i Mantra, svolgeva pacificamente i
riti, si inchinava e onorava i monaci.
Questo mercante aveva una figlia di nome Soma. Anch’ella compiva tutte
le attività religiose come il padre.
Quando Soma divenne maggiorenne si sposò, ma né lo sposo
né i suoi parenti erano persone religiose e in particolare
detestavano il Jainismo.
Sua suocera non sopportava di vedere Soma che impiegava molto
del
suo tempo per le pratiche religiose.
Soma non sapeva che cosa fare e ogni tanto aveva dei dubbi: “Devo
abbandonare la mia Dottrina o continuare a seguirla?”
Alla fine decise di continuare a fare ciò che la rendeva
più felice e continuò a praticare i suoi riti.
Ogni mattina, appena sveglia, recitava il Mantra Namokar, il
principale Mantra jainista, e compiva il Sämäyika, la
meditazione per l’ottenimento della serenità. Ogni volta sua
suocera cercava di impedirle lo svolgere di tali attività,
tentando di distoglierla, ma Soma non le prestava attenzione ed era
sempre molto gentile con lei.
Soma cercava di farle capire le proprie motivazioni ma non ci riusciva.
Faceva tutto quello che la suocera le ordinava ma, ogni giorno,
riusciva sempre a ritagliarsi per se almeno i 48 minuti che la dottrina
Jainista consiglia per le meditazioni e l’avanzamento spirituale.
La suocera di Soma non prestava attenzione alle sue esigenze religiose
e continuava a disturbarla. Alcune volte arrivò persino a urlare
e a picchiarla.
Soma rimaneva calma e tollerava tutti questi abusi senza mai dire una
parola meno che gentile.
Aveva imparato il significato dell’Ahimsa (Nonviolenza) dai suoi
genitori e dai suoi insegnanti di religione e conosceva l’importanza
della pazienza e della tolleranza.
Un giorno la suocera di Soma decise di ricorrere a una misura estrema.
Comprò un serpente velenoso da un venditore di serpenti e lo
mise in un cesto.
La sera, quando iniziò a imbrunire, chiamò Soma e le
chiese di portarle la ghirlanda di fiori che si trovava nel cesto.
Soma andò nel giardino.
Essendo sempre concentrata sulla propria religione, prima di prendere
il cesto, sussurrò una preghiera al Signore Mahavira e
recitò il Mantra Namokar.
Subito dopo, mise le mani nel cesto per prendere la ghirlanda.
Quando Soma estrasse le mani reggeva davvero una ghirlanda di
fiori.
La suocera di Soma rimase letteralmente shockata.
Soma consegnò, come le era stato ordinato, la ghirlanda che, non
appena venne appoggiata, si ritrasformò in serpente.
La suocera allora comprese finalmente la religiosità di Soma. Da
quel giorno divenne una devota del Jainismo.
La
saggia Laxmiben
Questa storia si svolse circa 800 anni fa.
Un giorno un triste viandante Jain era seduto fuori da un tempio
jainista nella città di Karnavati.
Era povero e aveva bisogno di un riparo.
Quel giorno, come usava fare quotidianamente, Laxmiben andò al
tempio.
Terminate le sue preghiere, mentre usciva dal tempio, vide il viandante.
Con dolcezza gli domandò: “Non ti ho mai visto qui. Vieni da
fuori città?”
L’uomo rispose: “Si signora, vengo dal Rajasthan.”
Lei gli chiese: “Sei solo?”
“No, ho i miei bambini con me.”
“Che cosa ti porta qui?”
“Cerco lavoro.”
“Oh!!” Laxmiben ci pensò un momento e poi chiese: “Come ti
chiami?”
“Uda.”
“Dove vivi?”
“Non ho ancora trovato un posto dove stare.”
“Non ti preoccupare, vieni con me. La mia casa è la tua casa.
Potete stare da me per un po’. Farò di tutto per
aiutarvi.”
Uda, con molta sorpresa, ascoltava quella donna così generosa e
gentile.
Iniziò ad amare molto questo posto dove la gente era così
benevola anche con gli stranieri.
Provò un senso di benessere e si sentiva fortunato.
Con i suoi bambini, seguì Laxmiben alla sua casa. Lei mise a
loro disposizione una piccola casa e del cibo.
Con il tempo, Uda iniziava ad accumulare alcuni risparmi lavorando
duramente e, per ricompensare Laxmiben, pensò di riparare la
vecchia casetta che stava occupando.
Andò da Laxmiben e chiese il permesso di iniziare i lavori.
Lei rispose che, avendogli donato la casa, lui poteva fare ciò
che preferiva.
Uda ringraziò nuovamente e iniziò a riparare i danni
peggiori.
Ma, dopo molti mesi, la vecchia casa crollò e Uda dovette
ricostruirla partendo dalle fondamenta.
Mentre scavava trovò un enorme tesoro.
Uda credette che il tesoro appartenesse a Laxmiben e andò da lei
per consegnarglielo.
Ancora non conosceva fino in fondo la generosità del cuore di
Laxmiben; lei rifiutò e disse: “Vuoi scherzare? Quella non
è più la mia casa. L’ho donata a te e ai tuoi figlioli
molto tempo fa.”
Uda si impegnò davvero molto a cercare di convincerla, ma
Laxmiben non cambiò idea e non volle mai neanche vedere o
toccare il tesoro.
Alla fine Uda tornò a casa portando il tesoro con se; ora lui e
i suoi figli non erano più poveri.
La rana devota
C’era una volta, nella città di Rajagriha, un mercante di nome
Nagdatta.
Il nome di sue moglie era Bhavdatta. Si amavano molto ma l’attaccamento
di Nagdatta nei confronti della moglie era eccessivo.
Disgraziatamente il mercante, un giorno, morì.
Sua moglie pianse tanto, tantissimo.
Il mercante, a causa del proprio karma, rinacque in sembianze di rana,
e proprio nel suo stesso pozzo.
Un giorno, quando Bhavdatta andò a prendere l’acqua al pozzo, la
rana la vide e immediatamente ricordò la vita precedente.
Ora che sapeva chi fosse stato, si sentiva molto felice, iniziò
a danzare e a seguire Bhavdatta.
La seguì dentro casa.
Lei provò simpatia per l’animale, lo prese delicatamente e lo
mise in un posto in giardino dove non avrebbe rischiato di schiacciarlo
per errore.
Ma la rana tornò indietro e la seguiva continuamente, dovunque
Bhavdatta andasse.
Tutto ciò durò per molti mesi.
Un giorno Bhavdatta andò a riverire un monaco di nome
Suvrat. La rana la seguì anche lì.
Dopo aver reso omaggio al monaco, Bhavdatta gli raccontò di
questa rana che la seguiva sempre e domandò al monaco una
spiegazione.
Questi non era un monaco come gli altri, era un Avadhijnani cioè
aveva poteri conoscitivi molto superiori al normale e sapeva chi fosse
la rana.
Spiegò infatti a Bhavdatta che si trattava della reincarnazione
del marito, che aveva ricordato la vita precedente riconoscendola come
sua moglie.
Così, ancora preso dall’affetto per lei, la seguiva dovunque.
Bhavdatta gentilmente prese la rana, la portò a casa e
iniziò a prendersi cura di lei.
Dopo qualche giorno Bhavdatta seppe che il Signore Mahavira stava
arrivando nella vicina montagna Vipulachal.
Praticamente tutti nella città, compreso il Re, andarono a
rendergli omaggio.
Bhavdatta si unì agli altri e, come lei, anche la rana
andò piena di speranza di poter rendere omaggio al Signore
Mahavira.
Le persone vedevano la rana e, per evitare che venisse schiacciata
dalla folla, continuavano a posarla fuori dalla strada non sapendo che
anch’essa stava cercando di raggiungere Mahavira.
La rana continuò a seguire la folla ma, a un certo punto, venne
involontariamente schiacciata dal piede di un elefante e morì.
Poiché i suoi pensieri erano pieni di devozione, la rana aveva
accumulato molto karma benefico (Punya), e rinacque come Angelo, avendo
così molte capacità.
Con il suo potere speciale, riguardò le proprie vite passate:
ricordò tutto, sia il proprio eccessivo attaccamento alla
moglie, sia il suo desiderio di vedere il Signore Mahavira.
Per soddisfare questo suo ultimo desiderio, tornò sulla terra a
rendere omaggio a Mahävira.
Subito dopo se ne tornò felice in cielo.
Il gentile Shri Krishna
Shri Krishna, il Re di Dwarka, era molto valoroso.
Anche se era un coraggioso, era molto gentile di cuore.
Dovunque vedeva qualcuno soffrire, cercava di alleviare il suo dolore.
Chiunque elogiava la sua dolcezza, anche gli Angeli.
Un giorno il Re degli Angeli disse a tutti loro che esistevano molte
persone piene di compassione ma nessuna paragonabile a Shri Krishna.
Dopo aver ascoltato questo, uno degli Angeli decise di mettere alla
prova la compassione di Shri Krishna.
Assunse la forma di un cane disgraziato e si mise lungo la strada
principale della città di Dwarka.
Il cane stava morendo di fame, era sdraiato senza forze, gli si
vedevano le ossa e piangeva dal dolore.
C’era sangue su tutto il suo corpo ed emanava un odore talmente forte
che molte persone cambiavano strada quando lo sentivano.
Un giorno, Shri Krishna passava per quella strada. Vide il povero cane
sofferente.
Senza esitare e senza badare al cattivo odore, si avvicinò alla
povera creatura e gli si inginocchiò accanto.
Gli parlò con dolcezza, pulì il sangue e medicò le
ferite.
Strappò i propri vestiti preziosi e ne fece bende per curare il
cane.
L’Angelo disse a se stesso: “Shri Krishna è veramente un Re
gentile”.
Assunse nuovamente la propria vera forma e rese omaggio a Shri Krishna
per la sua dolcezza.
C’era una volta un leone molto molto vecchio. Non aveva
neanche
più la forza di procacciarsi il cibo.
Di conseguenza decise di tentare un trucco con l’aiuto di un
braccialetto d’oro che aveva trovato.
Pensava che, offrendo il braccialetto d’oro, qualcuno si sarebbe fatto
accecare dalla cupidigia e avrebbe potuto cadere in una
trappola.
Mentre stava pensando a questo, vide passare un Bramino al di là
di un laghetto. Il Bramino era molto povero e vagava elemosinando cibo.
Il leone chiamò il Bramino: “Reverendo Bramino, vieni. Ho fatto
molto male nella mia vita. È impossibile contare gli animali che
ho ucciso. Adesso sto cercando di rimediare offrendo questo
braccialetto d’oro a qualcuno che lo merita. E chi altri lo merita
più di te?”
Il Bramino si fece subito prendere dalla cupidigia anche se rimaneva
scettico rispetto alle vere intenzione del leone. Disse: “Hai ucciso
uomini e animali per tutta la vita, come posso ora crederti?”
Il leone disse, con apparente pena: “Reverendo Bramino, sono vecchio
adesso. È vero che ho commesso molti peccati quando ero giovane,
ma adesso mi pento e vorrei rimediare. Tu sei un santo Bramino,
così ho deciso di donarti il braccialetto. Entra in acqua,
attraversa il lago e vieni a prendere il braccialetto.”
Il Bramino non riuscì più a resistere alla tentazione.
Entrò nel lago ma si trovò immerso nel fango e subito
rimase bloccato.
Il leone assistette a quella scena, entrò nel laghetto e
iniziò a mordere il collo del Bramino.
Il Bramino urlava ma non c’era nessuno ad aiutarlo.
Così fu ucciso dalla propria cupidigia.
Veri monaci
C’era una volta un Re.
Un giorno il Re decise di offrire in elemosina monete d’oro ai monaci.
Chiamò uno dei ministri, gli diede una borsa piena di monete
d’oro e gli disse di distribuirle ai monaci della città..
Il ministro cercò per tutto il giorno ma non riuscì a
trovare nessuno a cui dare le monete.
Riportò la borsa dell’oro al Re dicendogli con gentilezza e
riverenza di non essere riuscito a trovare nessuno a cui dare le monete
in elemosina.
Il Re si arrabbiò: “Questo non ha senso! Non sei stato in grado
di trovare un solo monaco in una così grande città?”
Il ministro, che ammirava il Re per le sue buone intenzioni, gli disse
che i veri monaci non avevano accettano le monete d’oro. Gli altri,
quelli che si erano dichiarati disposti ad accettare le monete, non
potevano essere veri monaci perché i veri monaci non possono
accettare denaro.
Aggiunse anche che era sicuro che il Re non avesse l’intenzione di dare
monete d’oro a persone avide che vestivano da monaci ma che non
osservavano i principi religiosi.
Dopo avere ascoltato le spiegazioni del ministro, il Re si calmò
e iniziò a riflettere.
Realizzò che il ministro aveva ragione e gli diede cento monete
d’oro come ricompensa.
Il saggio Kapil
Nel Kaushambi c’era un Bramino reale chiamato Kashyap Shästri.
Aveva un figlio chiamato Kapil. Kapil crebbe nel lusso e non
si
interessò mai allo studio.
Di conseguenza, quando suo padre morì, l’onore di essere Bramino
reale passò a un altro Bramino.
La madre di Kapil si intristì molto quando questo accadde e
pensò che se solo suo figlio avesse voluto studiare sarebbe
diventato sicuramente lui il Bramino reale.
Lacrime scendevano sulle sue guance.
Quando Kapil la vide le chiese: ”Madre, perché stai piangendo?
Che cosa c’è di brutto?”
La madre si asciugò le lacrime: “Figlio mio, mi dispiace che tu
non sia diventato il Bramino reale. Se tu avessi voluto studiare,
avresti preso il posto di tuo padre.”
Queste parole colpirono Kapil che decise di impegnarsi per ricevere
un’ottima istruzione.
Andò da un amico di suo padre nella città di
Shrävasti. Il suo nome era Indradatta Upädhyäya.
Indradatta era conosciuto in tutta la nazione come un uomo altamente
istruito e in molti andavano a studiare da lui.
Fu molto felice quando vide arrivare Kapil deciso a studiare e
iniziò a insegnargli.
In accordo con le pratiche di quel tempo, Kapil doveva procurarsi il
cibo elemosinando.
Questa pratica gli occupava molto tempo e influiva pesantemente sugli
studi.
Indradatta allora si rivolse a una donna della città per
chiederle di mantenere Kapil.
La donna, giovane vedova di un Bramino, si chiamava Manorama.
Kapil iniziò a cibarsi a casa di Manorama e riusciva così
a dedicare più tempo agli studi.
Ma la relazione fra i due divenne intima e, poco tempo dopo, Manorama
si ritrovò in attesa di un figlio. Era preoccupata per le spese
per il mantenimento del bambino, ma Kapil sapeva che il Re donava due
monete d’oro ogni mattina alla persona che per prima lo benediceva;
così decise di andare al palazzo la mattina dopo.
Il giorno dopo, quando Kapil arrivò a palazzo, si accorse di
essere stato preceduto da altri Bramini.
Riprovò il giorno dopo e quello dopo ancora, ma arrivava sempre
troppo tardi.
Ci provò per otto giorni di seguito, ma non vi riuscì mai.
Decise di dormire nel giardino del palazzo in modo da essere
sicuramente il primo Bramino al mattino.
Durante la notte, ancora intontito dal dormiveglia, vide la luna
all’orizzonte e, scambiandola per il sole dell’alba, si mise a correre
verso il portone del palazzo.
Un poliziotto che controllava quella zona lo vide correre a quell’ora
della notte, lo scambiò per un ladro e lo arrestò.
Kapil tentò di spiegarsi ma il poliziotto gli rispose: “Potrai
raccontare la tua storia a Sua Maestà domani mattina.”
Il mattino seguente Kapil venne dunque portato al tribunale reale.
Tremava perché non era mai stato in tribunale.
Il Re notò la paura sul suo viso e capì che non poteva
essere un ladro.
Il Re chiese: “Chi sei? Che cosa stavi facendo lì a mezzanotte?”
Kapil umilmente replicò: “Vostra Maestà. Sono un Bramino
e stavo correndo per poter arrivare a palazzo a offrirvi la
benedizione.”
Il Re chiese ancora: “Perché così presto?”
Kapil disse: “Vostra Maestà, per otto giorni ho cercato di
essere il primo a darVi la benedizione per guadagnare le due monete, ma
arrivavo sempre troppo tardi. Così, ieri, decisi di arrivare
durante la notte a palazzo e dormire nel giardino. Ma anche questo non
mi riuscì e adesso sono qui incriminato.”
Il Re disse: “Hai sofferto così tanto per solo due monete. Oh
Bramino, sono colpito dalla tua onestà e ti permetto di
chiedermi qualsiasi cosa tu voglia, promettendoti che l’avrai."
Kapil chiese un po’ di tempo per pensarci e, ricevuto il permesso del
Re, andò in giardino a riflettere.
Kapil iniziò a chiedersi: “Potrei chiedere 10 monete al posto di
2 ma per quanto durerebbero? Potrei chiederne 50 ma non sarebbero
sufficienti per pagare tutte le spese che incontreremo.”
Continuò così fino a raggiungere la cifra di 10 milioni
di monete ma, anche con una cifra simile, non sarebbe stato possibile
vivere tranquillamente tutta la vita.
Continuò fino ad arrivare a pensare di chiedere metà del
regno o addirittura, l’intero regno.
Immediatamente pensò: “Il Re è stato così gentile
da offrirmi qualsiasi cosa desiderassi, perché allora dovrei
renderlo un poveraccio senza possedimenti? Non è giusto. Se gli
chiedessi metà del regno sarei un suo rivale e perché
dovrei rischiare di inimicarmi chi è stato così generoso
con me? Potrei chiedergli 10 milioni di monete d’oro, ma cosa farei con
tutto quel denaro? Troppo denaro porta solo problemi. Potrei
chiedergliene 10 mila........”, ma la sua coscienza gli fece subito
cambiare idea: “Potrei chiederne 1000? 100? 50?
25?.............................”.
Alla fine, decise di non chiedere al Re niente di più rispetto a
quello per cui era venuto: due monete d’oro.
Ma Kapil continuò a pensare: “È il desiderio che mi rende
infelice. È sempre il desiderio che porta alla cupidigia, che
è la radice di tutti i mali. Per evitare tutto questo non dovrei
chiedere niente. Guarda dove mi ha portato il desiderio! Ho dimenticato
di essere venuto qui per diventare un uomo istruito, mi sono lasciato
trascinare dalla situazione perdendo la moralità e quasi
diventando un truffatore. Cercherò di rimanere calmo e sereno:
non chiederò niente.”
Kapil tornò nel palazzo. Il Re gli domandò: “Oh
Bramino, che cosa hai deciso?”
Kapil rispose: “Vostra Maestà. Non voglio niente da Voi.”
Il Re si stupì ed esclamò: “Cosa?”
Kapil replicò: “Vostra Maestà, il desiderio è la
radice di tutti i mali. Più una persona desidera, e più
avida diventa.”
Il Re disse: “Reverendo Bramino, non capisco, che cosa intendi dire?”
Kapil disse: “Oh Re, adesso io non desidero niente. L’accontentarsi
è la salute suprema e io sono felice così.”
Pronunciate queste parole, Kapil se ne andò con un senso di
completo distacco e rinunciò ai piaceri terreni.
Il Re Megharath
C’era una volta, nella Regione celeste abitata dagli Angeli, una
discussione fra due semidei.
Uno sosteneva che in Terra c’erano Re coraggiosi e compassionevoli che
non avrebbero mai esitato a donare la propria vita per salvare coloro
che chiedevano loro protezione.
Un altro semidio dubitava di questa convinzione.
I due iniziarono a litigare e il Re degli Angeli disse loro: “Andate
sulla Terra e verificate voi stessi”.
I semidei prepararono così un piano d’azione.
Uno dei due assunse la forma di un piccione, l’altro di un falco.
Sulla Terra il Re Meghrath stava riposando insieme ai suoi membri della
corte.
A un certo punto un piccione entrò da una finestra aperta
e iniziò a volare nel palazzo.
Il Re si sorprese quando si posò su una sua spalla e capì
che l’animale era molto spaventato.
In quell’istante anche un falco entrò a palazzo.
Disse al Re: “Quel piccione è la mia preda!”
Il Re ebbe un momento di sconcerto nel sentire parlare un falco, ma
immediatamente rispose: “È vero che è la tua preda, ma io
posso darti dell’altro cibo.”
Ordinò ai suoi servitori di portare un canestro di prelibatezze
ma il falco disse: “Io non sono un essere umano, non sono vegetariano.
Ho bisogno di carne come cibo.”
Il Re disse: “Lascia che ti dia la mia stessa carne al posto di quella
del piccione.”
Dopo aver sentito questo, uno dei dignitari disse: “Vostra
Maestà, perché dare un pezzo della Vostra carne?
Perché non prendere un po’ di carne dal macellaio.”
Il Re replicò: “No, perché quando noi consumiamo vegetali
fiorisce il commercio del fruttivendolo, mentre, se consumiamo carne,
fiorisce il commercio del macellaio. Il macellaio deve uccidere un
animale per darci la carne che gli chiediamo. Questo piccione è
venuto a chiedere rifugio ed è mio dovere proteggerlo. Nello
stesso tempo è mio dovere fare in modo che nessun’altra creatura
soffra a causa delle mie azioni. Di conseguenza, darò al falco
la mia stessa carne.”
Con queste parole, il Re prese la sua spada, si tagliò un pezzo
di carne dalla gamba e la offrì al falco.
Tutta la corte era ammutolita.
Ma il falco disse al Re: “Oh Re! Io voglio una quantità di carne
corrispondente a quella del piccione.”
Una bilancia fu portata a palazzo. Il Re appoggiò il piccione su
un piatto e mise la sua carne sull’altro. Il Re continuava a mettere
sulla bilancia pezzi della sua carne ma non bastava mai.
Con il cuore pieno di compassione, il Re decise di mettere tutto il suo
corpo sulla bilancia.
L’intera corte non riusciva a capacitarsi che il Re fosse disposto a
donare la propria vita per quella di un insignificante uccello mai
visto prima.
Ma il Re sapeva che il suo dovere e la sua Dottrina erano più
importanti di tutto il resto.
Si mise sulla bilancia, sul piatto opposto a quello dove era posato il
piccione e iniziò a meditare serenamente.
Non appena il Re si immerse nella meditazione, il piccione e il falco
riassunsero la loro forma divina.
Entrambi i semidei si inchinarono al Re e dissero: “Oh grande Re! Che
tu sia benedetto! Ci hai dimostrato di essere un Re coraggioso e
compassionevole. Sia lode a Te!”
Con queste parole, si inchinarono ancora, salutarono il Re e se ne
andarono. L’intera corte esultò con parole di gioia: “Lunga vita
al Re Meghrath!!”
Qualche vita dopo, l’anima del Re Meghrath divenne il sedicesimoesimo
Tirthankara, Shäntinätha.
Gautamaswami
Nel 607 a.C., nel villaggio di Gobargaon, una coppia di Bramini
chiamati Vasubhuti e Prithvi Gautam ebbe un figlio e lo chiamò
Indrabhuti. Divenne alto e bello. La coppia ebbe poi altri due figli,
Agnibhuti e Vayubhuti. Tutti e tre erano molto preparati nei
Veda
e nei rituali religiosi già da bambini. Divennero bravissimi
studiosi molto popolari nello Stato del Magadh. Ciascuno di loro aveva
cinquecento discepoli.
Una volta, nella città di Apapa, un Bramino di nome Somil stava
conducendo una cerimonia sacrificale nel cortile di casa propria.
C’erano più di quattromila Bramini presenti alla cerimonia e,
tra loro, undici famosi studiosi.
Fra questi eruditi, Indrabhuti si notava come fosse una stella
splendente. Somil era felice e l’intera città era piena di
eccitazione per questo evento, in cui si sarebbero sacrificati pecore e
agnelli.
Prima di iniziare, Somil si accorse di molti esseri celesti che
giungevano verso la Terra.
Pensò che il suo rito sarebbe divenuto il più famoso
della storia.
Disse al suo pubblico: “Guardate in cielo, anche gli Angeli stanno
venendo a benedirci.” E la folla guardò il cielo.
Ma, con somma sorpresa di tutti, gli esseri celesti non si fermarono
all’altare del rito di Somil, ma proseguirono.
L’ego di Somil divenne piccolo piccolo quando egli si rese conto che
gli Angeli stavano andando a porgere i loro omaggi al Signore Mahavira,
che era giunto nella vicina foresta di Mahasen.
Indrabhuti si sentì oltraggiato da questo incidente e il suo ego
si infiammò.
Iniziò a pensare: “Ma chi è questo Mahavira che non usa
neanche la lingua Sanscrita ma parla il linguaggio popolare?”.
Tutti i presenti alla cerimonia sembravano sopraffatti dalla sola
presenza di Mahavira.
Indrabhuti pensò ancora: “ Mahavira si oppone ai sacrifici
animali e, se avrà successo, noi Bramini perderemo i nostri
privilegi. Andrò a dibattere con lui.”
E partì per sfidarlo.
Mahavira salutò Indrabhuti chiamandolo per nome anche se non si
erano mai incontrati prima.
Indrabhuti si sorprese ma poi disse a se stesso: “Ovvio, mi conoscono
tutti. Non devo essere sorpreso se conosce il mio nome. Mi chiedo se
conosce anche che cosa sto pensando.”
L’onnisciente Mahavira sapeva che cosa stava passando nella mente di
Indrabhuti.
Indrabhuti, benché fosse un valente studioso, aveva un dubbio
sull’esistenza dell’Atma (anima) e stava pensando: “Potrà
Mahavira sapere che io dubito dell’esistenza dell’anima?”
Un attimo dopo Mahavira disse: “Indrabhuti, l’anima esiste e non
dovresti mai dubitarne.”
Indrabhuti rimase shockato e iniziò a stimare molto Mahavira.
Successivamente, ebbero una discussione filosofica e Indrabhuti
cambiò il proprio credo e divenne il suo principale discepolo.
Indrabhuti aveva quindici anni a quel tempo e, da quel momento in poi,
assunse il nome di Gautamaswämi, poiché veniva dalla
famiglia Gautam.
Nel frattempo, in città, Somil e gli altri studiosi aspettavano
il ritorno di colui che credevano il sicuro vincitore del dibattito,
Indrabhuti. Rimasero stupiti nell’apprendere che Indrabhuti era
diventato discepolo di Mahavira.
Anche gli altri dieci studiosi Bramini andarono a discutere con
Mahavira e tutti diventarono suoi discepoli.
La gente presente a casa di Somil iniziò allora ad andarsene.
Somil annullò la cerimonia e liberò tutti gli animali
destinati ai sacrifici.
Veri insegnamenti
Molto tempo fa, c’era il dormitorio di Maharshi Satyik ai piedi di una
collina.
Un piccolo numero di studenti viveva lì.
Non era un grosso edificio, ma un insieme di piccole casupole.
Gli studenti imparavano concetti generali e conoscenze religiose.
Davano molta importanza ai valori morali, vivevano con i prodotti della
loro terra e non dipendevano da altri se non da sé stessi.
Un giorno, il Re Vikram, la Regina e alcuni servitori passavano da
quella zona e si accamparono nei pressi di un fiume vicino al
dormitorio.
Mentre erano seduti a mangiare, videro passare alcuni studenti e
offrirono loro del cibo.
Gli studenti, con molto rispetto, dissero: “Grazie, ma noi non possiamo
prendere niente.”
Il Re fu molto felice di sentire ciò e di vedere che gli
studenti non cadevano in tentazione.
Dopo qualche tempo, il Re e la Regina, insieme a tutto il seguito,
tornarono in città.
Quando se ne furono andati, alcuni studenti passarono casualmente nello
stesso posto dove era rimasta accampata la famiglia reale e videro una
scintillante collana d’oro. La presero, la portarono al proprio maestro
e gli chiesero consiglio sul cosa farne.
Il maestro, calmo, disse: “Appendetela fuori. La persona che l’ha persa
tornerà a prenderla.”
Appesero la collana fuori dal portone e tornarono alle proprie
attività.
Nel frattempo, sulla via di casa, la Regina si accorse di aver perso la
collana. Era convinta di averla persa mentre pranzavano di fianco al
fiume e lo disse al Re.
Il Re tornò velocemente al fiume ma non la trovò e si
irritò un poco perché si trattava di una collana di
valore inestimabile.
Andò a chiedere al dormitorio.
Il maestro vide arrivare il Re e lo accolse con parole gentili.
Il Re gli domandò: “Uno dei tuoi studenti ha per caso visto la
collana d’oro della Regina?”
Il maestro disse: “Se noi troviamo qualcosa che non ci appartiene
l’appendiamo fuori dal portone. Dovreste andare a vedere là.”
Il Re andò a vedere e trovò la collana appesa.
L’incredibile
incontro tra
Chandanbala e Mahavira
C’era una volta una bellissima principessa di nome Vasumati. Era la
figlia del Re Dadhivahan e della bella Regina Dharini di Champapuri.
Un giorno vi fu un grosso scontro fra il Re di Champapuri e il Re della
vicina Kaushambi.
Fu una triste guerra.
Il padre di Vasumati fu sconfitto e dovette ritirarsi in disgrazia.
Quando Vasumati e sua madre udirono queste brutte notizie decisero di
fuggire.
Mentre scappavano nei boschi, un soldato dell’esercito nemico le vide e
le catturò.
Vasumati e sua madre erano spaventate perché non sapevano che
cosa ne sarebbe stato di loro.
Il soldato disse loro che avrebbe tenuto per se la bella donna e
avrebbe venduto al mercato la ragazzina.
La madre ricevette uno shock così forte che ne morì.
Il soldato, appena dispiaciuto per quella preziosa perdita, si
recò a Kaushambi per vendere Vasumati.
Quando venne il turno di Vasumati di essere venduta come schiava, un
mercante di nome Dhanavah passò e la vide.
Capì subito che non si trattava di una ragazza qualunque e lesse
sul suo viso tutte le tribolazioni dell’essere stata separata dai
genitori e venduta come schiava. Quale destino le sarebbe toccato?
Provando compassione per lei, Dhanavah comprò Vasumati, la
liberò dalla schiavitù e la portò a casa propria.
Sulla strada verso casa le chiese: “Chi sei? Che cosa capitò ai
tuoi genitori? Non ti preoccupare e non aver paura di me. Ti
tratterò come se fossi mia figlia.”
Vasumati non rispose, ancora terrorizzata com’era.
Quando arrivarono a casa, il mercante disse a sua moglie: “Mia cara, ho
portato a casa questa ragazza. Non racconta niente del proprio passato.
Per favore, trattala come fosse nostra figlia.”
Vasumati iniziò a tranquillizzarsi. Ringraziò il mercante
e sua moglie con rispetto e riconoscenza.
La famiglia del mercante si sentì subito molto felice dalla
presenza di Vasumati e la chiamarono Chandanbala, poiché ella
non voleva dire quale fosse il suo vero nome.
Vivendo nella casa del mercante, Chandanbala si comportò come
una figlia rendendo felice il mercante.
Moola, la moglie del mercante, si chiedeva però quali fossero le
vere finalità del marito: temeva che, vista la bellezza della
giovane, egli avrebbe deciso di separarsi e di risposarsi con
Chandanbala.
Di conseguenza, Moola non si sentiva a suo agio con Chandanbala intorno.
Un giorno di sole, quando il mercante tornò a casa dal negozio,
il servitore che normalmente gli lavava i piedi non c’era. Chandanbala
se ne accorse e si senti onorata dal poter aiutare e donare gioia a
colui che, come un padre, aveva fatto così tanto per lei.
Mentre era impegnata a lavare i piedi del mercante, i suoi capelli
uscirono dalla crocchia.
Il mercante se ne accorse e, per evitare che si sporcassero, con una
mano, cercò di rimetterli a posto.
Moola entrò in quel momento e, vista la scena, si sentì
oltraggiata.
Credette che i proprio sospetti su Chandanbala fossero giusti e decise
di liberarsene al più presto.
Un giorno Dhanavah dovette andare via tre giorni per un viaggio di
lavoro e sua moglie colse l’occasione per liberarsi di Chandanbala.
Prima di tutto chiamò un barbiere per farle tagliare tutti i
bellissimi capelli. Dopodiché le legò le gambe con una
robusta catena e la chiuse in una stanza distante dalla zona principale
della casa. Disse ai servitori di non riferire al marito dove fosse
Chandanbala o avrebbe riservato loro lo stesso trattamento, quindi se
ne andò a casa dei suoi genitori.
Quando Danavah ritornò dal suo viaggio, non trovò
né Moola né Chandanbala.
Chiese notizie ai suoi servitori, i quali risposero solo che Moola era
a casa dei suoi genitori ma non dissero niente di Chandanbala,
poiché temevano l’ira di Moola.
Con tono preoccupato, egli insistette: “Dov’è mia figlia
Chandanbala? È meglio che me lo diciate ora, altrimenti, se
scopro che mi nascondete la verità, sarete licenziati!”
Ma ancora nessuno trovava il coraggio di rispondergli.
Si stava arrabbiando molto e non sapeva più che cosa fare.
Dopo pochi minuti, una vecchia servitrice pensò: “Sono solo una
vecchia che sta morendo per l’età, Moola non può farmi
niente di peggio.”
Così, provando compassione per Chandanbala e simpatia per il
mercante, gli raccontò tutto.
Accompagnò il mercante nella stanza dov’era rinchiusa
Chandanbala.
Dhanavah aprì la porta e la vide.
Rimase shockato e le disse: “Mia cara figlia, ti farò uscire da
qui. Devi essere affamata, lascia che ti porti un po’ di cibo.”
Andò in cucina ma non trovò cibo per lei, erano rimaste
solo poche lenticchie secche in una ciotola. Il mercante decise di
portarle queste e che l’avrebbe nutrita meglio successivamente. Le
portò le lenticchie e le disse che sarebbe andato subito a
cercare un fabbro per liberarla.
Chandanbala era frastornata da tutti questi avvenimenti. Iniziò
a riflettere su come rapidamente il destino potesse cambiare la vita
dalla ricchezza alla miseria.
Chandanbala inoltre pensò di offrire qualche lenticchia a
qualcun altro prima di iniziare a mangiare. Si alzò,
camminò fino alla porta, e lì rimase, con un piede dentro
e uno fuori.
Con sua sorpresa, vide un monaco camminare vicino alla casa. Si
trattava del Signore Mahavira.
Disse: “Oh rispettato monaco, per favore prendi un poco di questo cibo
vegetariano che è accettabile per te poiché libero dalla
violenza”.
Ma il Signore Mahavira aveva da tempo preso il voto di digiunare
finché una persona con determinate caratteristiche non gli
avesse offerto del cibo libero da violenza.
Le caratteristiche dovevano essere: 1) la persona doveva essere una
principessa, 2) doveva essere calva, 3) doveva essere in catene, 4)
doveva offrire lenticchie non cotte con un piede dentro e uno fuori
dalla casa, 5) doveva essere in lacrime.
Di conseguenza, il Signore Mahavira, guardandola, si accorse che
mancava una delle caratteristiche.
Mancavano le lacrime.
Quindi Mahavira se ne andò.
Chandanbala si sentì molto triste e iniziò a piangere.
Era triste perché aveva avuto l’opportunità di offrire
cibo a un monaco e non ci era riuscita.
Con voce rotta dal pianto, richiese ancora una volta al monaco di
accettare il cibo.
Il Signore Mahavira vide le lacrime: tornò indietro e
accettò il cibo, poiché tutte le condizioni imposte
dal suo voto erano soddisfatte.
Chandanbala mise le lenticchie nella mano del Signore Mahavira e si
sentì felice.
Prima di incontrare una persona con tutte le caratteristiche richieste
dal voto, il Signore Mahavira aveva digiunato per cinque mesi e
venticinque giorni.
Gli Angeli del cielo celebrarono la fine del digiuno di Mahavira.
Grazie al potere degli Angeli, le catene di Chandanbala si
ruppero, i capelli crebbero lunghi, folti e neri ed ella
venne
rivestita come una principessa.
Il volume della musica e delle celebrazioni richiamò
l’attenzione del Re Shatanikand.
Il Re andò a vedere che cosa stesse succedendo, insieme alla sua
famiglia, a ministri e altra gente della sua corte.
Sampul, un vecchio servitore, riconobbe Chandanbala.
Camminò verso di lei, inchinandosi e scoppiando a piangere.
Il Re Shatanikand chiese: “Perché stai piangendo?”
Sampul rispose: “Mio Re, costei è Vasumati, la principessa di
Champapuri, figlia del Re Dadhivahan e della Regina Dharini di
Champapuri.
Il Re e la Regina la riconobbero e la invitarono a vivere con
loro.
Così ella andò a corte, ma non prima di aver ringraziato
con tutto il cuore il mercante Dhanavah che era stato così pieno
di compassione.
Tempo dopo, quando il Signore Mahavira introdusse il quarto ordine
nella comunità Jain, cioé l’ordine monastico femminile,
Chandanbala divenne la prima monaca (Sadhvi).
Alla fine di quella vita, Chandanbala raggiunse la Liberazione.
L’elefante e i non
vedenti
C’era una volta un villaggio in cui vivevano sei uomini non vedenti.
Un bel giorno uno degli abitanti del villaggio disse loro: "Oggi
c’è un elefante nel villaggio.”
Essi non avevano idea di che cosa fosse un elefante e decisero che
benché non fossero in grado di vederlo avrebbero potuto comunque
capire come fosse.
Andarono dove si trovava l’elefante e ciascuno dei sei iniziò a
toccarlo.
"L’elefante è una colonna!” esclamò il
primo uomo, che toccò una delle gambe.
"Oh, no! È come una fune!" disse il
secondo,
che stava toccando la coda.
"No! È come il ramo di un
albero!”
disse il terzo, che stava toccando la proboscide.
"È un grosso ventaglio!” disse il
quarto, che
stava toccando l’orecchio dell’elefante.
"È come un grosso muro!" disse il
quinto, che
stava toccando il ventre dell’elefante.
"Oh, no! L’elefante è un tubo solido!"
esclamò il sesto uomo, che stava toccando una zanna.
I sei iniziarono a litigare riguardo alla forma dell’elefante e
ciascuno sosteneva di avere ragione. Diventavano sempre più
agitati.
Un uomo saggio passava per caso e li vide. Si fermò e chiese
loro: “Qual è il problema per cui litigate in questo modo?”. I
sei non vedenti risposero: “Non siamo d’accordo sulla forma
dell’elefante.” E ciascuno raccontò la propria versione.
Il saggio uomo con calma spiegò loro: “Ciascuno di voi ha
ragione. Il motivo delle differenze è dato dal fatto che ognuno
ha toccato una parte diversa dell’elefante. Infatti l’elefante possiede
tutte le caratteristiche che avete descritto.”
"Oh!" esclamarono tutti.
Da quel giorno non vi furono più litigi.
Ciascuno dei sei uomini era contento di avere la
propria
parte di ragione.
Le vite di
Parshvanath, il
ventitreesimo Tirthankara
I due fratelli
L’anima che sarebbe poi diventata Bhagavan Parshvanath iniziò a
prendere la direzione della purezza quando nacque nelle sembianze di
Marubhuti. Sua madre era la moglie di Purohit Vishabhuti della
città Potanpur. Marubhuti aveva un fratello maggiore di nome
Kamath. Poiché Kamath era crudele e rissoso, fu Marubhuti,
benché fratello minore, a prendere il posto del padre come
direttore delle cerimonie rituali del Re e dello Stato.
Attirato dalla bellissima moglie di Marubhuti, Vasundhara, Kamath la
sedusse.
La moglie di Kamath lo venne a sapere ma, non riuscendo a dissuaderlo,
andò a dirlo a Marubhuti.
Marubhuti, per averne la conferma, disse alla moglie che sarebbe stato
via qualche giorno e, tornando improvvisamente, li trovò insieme.
Andò dal Re raccontando tutto e Kamath venne esiliato.
Divenne un mendicante e per lui iniziò una vita molto dura.
Dopo qualche tempo, Marubhuti ebbe dei ripensamenti e temette di avere
avuto un comportamento sbagliato nel rendere pubblico un problema
personale della propria famiglia; si rese conto dell’offesa che aveva
così arrecato a Kamath.
Andò dunque a cercare il fratello maggiore e lo trovò in
una giungla.
Si inchinò a lui e gli domandò perdono ma, invece di
esserne pacificato, Kamath fu preso da un incontrollabile sentimento di
vendetta.
Prese una grossa pietra e la scagliò contro la testa del
fratello.
Marubhuti morì sul colpo.
Vita dopo vita
L’anima di Marubhuti rinacque in sembianze di elefante nella foresta di
Vindhyachal.
Divenne il Re della foresta.
Trovandosi un asceta immerso nella meditazione proprio nella foresta di
Vindhyachal, il Re elefante gli andò vicino.
La memoria delle vite precedenti lo illuminò ed egli divenne un
discepolo dell’asceta.
Un giorno camminava vicino a grandi alberi.
L’anima che era stata suo fratello maggiore Kamath era rinata come
serpente della specie Kurkut.
Quando vide l’elefante, lo riconobbe come un nemico della vita
precedente e, dal ramo su cui si trovava, gli saltò sulla testa
e lo morse.
L’elefante, pacatamente, sopportò il dolore e morì in
pace.
Nella vita successiva, l’anima di Marubhuti rinacque come Principe
Kiranveg nella zona di Mahavideh. Continuò il suo cammino verso
la purezza diventando un asceta e fu nuovamente ucciso da Kamath,
rinato ancora in sembianze di serpente.
Marubhuti rinacque, sempre nella zona di Mahavideh, come Re Vajranabh
e, ancora una volta, divenne un asceta.
Kamath era rinato in sembianze di aborigeno e uccise Re Vajranabh con
una freccia.
L’anima di Marubhuti rinacque questa volta nella famiglia di Puranpur.
Dopo essere diventato Re conquistò sei continenti e divenne
Imperatore.
Nell’ultima parte della sua vita, Marubhuti abbandonò ogni bene
terreno e divenne un asceta dedito alla meditazione. Anche in questa
vita venne ucciso dal suo vecchio nemico di sempre, Kamath, rinato come
leone.
L’anima di Marubhuti si reincarnò poi nel ventre di Vama Devi,
moglie del Re Ashvasen di Varanasi.
Vama Devi ebbe un figlio.
Durante una solenne cerimonia, il Re Ashvasen annunciò il nome
del figlio: Parshvanath.
La compassione
del Principe
Parshvanath
L’anima di Kamath, avversario di Parshvanath in tutte le vite
precedenti, si reincarnò nei panni di un eremita. Una volta
l’eremita stava svolgendo un rito sacrificale subito fuori da una
grossa città.
Era vestito soltanto di una veste leggera ed era coperto di cenere; il
sole splendeva, l’aria era molto calda, l’eremita aveva anche acceso
alcuni fuochi sacrificali intorno a se.
Tutta la città era impressionata da questa dimostrazione e
grandi gruppi di persone andavano ad assistervi
Tutti si inchinavano a Kamath con riverenza ed egli li benediceva.
Vedendo così tante persone, il Principe Parshvanath si
incuriosì e decise di andare anch’egli.
Subito venne colpito dall’austerità dell’eremita.
Con il suo potere extrasensoriale, avvertì la presenza di due
serpenti che erano rimasti intrappolati nella catasta di legna di uno
dei falò.
Il Principe Parshvanath provò pietà per l’eremita che,
inconsapevole, ignorava quell’atto di violenza.
Il Principe Parshvanath disse: “Oh, eremita, che cosa stai
facendo? Non ti sei accorto che ci sono due serpenti che
bruciano
nel fuoco?”
Ascoltate queste parole, l’eremita si arrabbiò molto e
gridò: “Oh, fastidioso bambino, non sai che questo è un
rituale sacro? Sei proprio un grande maleducato!”
Il Principe Parshvanath ignorò l’eremita. Chiese ai suoi
accompagnatori di disfare la catasta.
Con grande sorpresa da parte di tutti, due serpenti mezzi bruciati
uscirono da sotto la legna.
L’eremita si vergognò molto e divenne pallido.
Il Principe recitò il Mantra Namokär per i serpenti morenti.
I serpenti mentalmente ringraziarono il Principe e morirono in pace
sotto il benefico influsso del Mantra Namokär.
A causa della serenità con la quale avevano ascoltato il Mantra,
i serpenti rinacquero come Re e Regina degli Angeli del cielo.
Tutta la gente se ne andò pensando al grossolano rituale
dell’eremita disattento e non costantemente vigile nel non causare
violenza.
L’eremita Kämath, preso dalla vergogna, andò via di
là con il cuore colmo di rabbia e di odio per il Principe.
Kamath morì poco tempo dopo senza essersi mai pentito di questi
malvagi sentimenti.
Grazie alla sua vita di rinunce, l’eremita rinacque in sembianze di
Angelo, col potere di controllare la pioggia, e il suo nome fu
Meghkumar.
Il Principe Parshvanäth divenne il Re della città di
Väränasi.
Dopo qualche anno, rinunciò ai piaceri terreni per diventare un
monaco.
Un giorno, mentre Parshvanath era immerso nella meditazione, l‘Angelo
Meghkumar lo vide.
A causa dell’odio accumulato nella vita precedente, Meghkumar perse il
controllo e decise di vendicarsi.
Mandò al monaco Parshvanath molte torture mentali ma egli,
assorto com’era nella meditazione, non ne venne disturbato.
Questo rese Meghkumar ancora più furioso. Creò tuoni,
fulmini e una pioggia da diluvio.
A terra, il livello dell’acqua cominciò a crescere
pericolosamente.
Il trono del Re degli Angeli iniziò a tremare ed egli fece uso
del suo potere per vedere che cosa stesse succedendo.
Vide il monaco Parshvanath subire gli attacchi di Meghkumar.
Con la sua Regina, scese in terra: sotto forma di due cobra reali, essi
si misero dietro il monaco Parshvanath e usarono le loro teste come
ombrelli per ripararlo da quel diluvio.
Fu così che il monaco Parshvanath venne protetto dalla pioggia
torrenziale.
Con fermezza, il Re e la Regina degli Angeli domandarono a Meghkumar:
“Oh, atroce creatura, non sai che cosa stai facendo? Perché stai
accumulando così tanti peccati causando sofferenza a
Parshvanath? Adesso ferma questo cataclisma!”
Il monaco Parshvanath era così immerso nella meditazione che non
si accorse mai di tutto ciò che avveniva intorno a lui.
Meghkumar si impaurì per quei severi rimproveri e immediatamente
rimosse tutta l’acqua.
Chiese perdono a Parshvanath e se ne andò.
Poco dopo questi fatti, Parshvanath raggiunse l’onniscienza e divenne
il ventitreesimo Tirthankara dell’era moderna.
Mahavira,
il
ventiquattresimo
Tirthankara
Il Principe
senza paura
Un giorno, il Principe Vardhamäna, insieme ai suoi giovani amici,
stava giocando vicino a un grande albero secolare.
Di colpo, essi videro un serpente nero, con occhi gialli, che soffiava
minaccioso.
Gli amici del Principe si spaventarono: alcuni scapparono via, altri si
arrampicarono sull’albero.
Soltanto Vardhamäna rimase calmo.
Andò vicino al serpente.
Dolcemente lo accarezzò, lo prese e lo spostò senza
fargli del male.
Tutti gli amici si rassicurarono.
Vardhamäna disse loro: “Dovete avvicinare le creature con
amicizia, non con paura!”
Vardhamäna
e il
mostro
Un pomeriggio, il Principe Vardhamäna stava giocando con i suoi
anici a “tocca e cavalca”.
Chi riusciva a toccare un altro senza farsi toccare avrebbe vinto e il
perdente avrebbe dovuto trasportarlo sulla propria schiena.
Un nuovo bambino si unì al gioco.
Questo bambino era facile da battere: perse sempre e si fece cavalcare
da tutti.
Anche il Principe Vardhamäna batté il nuovo arrivato.
Pochi minuti dopo, mentre Vardhamäna era sulla sua schiena, il
bambino iniziò a crescere e diventare sempre più grande e
alto.
All’inizio, gli amici di Vardhamäna guardavano l’evento con
curiosità.
Subito dopo, la faccia del bambino iniziò a trasformarsi in un
orribile ghigno e i bambini si spaventarono e corsero via in preda al
panico.
Alcuni bambini scapparono sugli alberi mentre altri corsero a casa dai
genitori.
Vardhamäna rimase invece calmo e coraggioso.
Il mostro continuò a crescere tantissimo; a un certo punto,
Vardhamäna gli diede un pugno sulla testa.
Il mostro cercò di disarcionare Vardhamäna dalla propria
schiena per evitare un altro pugno, ma non vi riuscì.
Alla fine, il mostro si arrese e chiese perdono.
Vardhamäna lo perdonò prontamente.
Il mostro lo chiamò Mahavira, che significa Grande Eroe.
Da quel momento, il Principe Vardhamäna venne chiamato Mahavira.
Toglimi dalla povertà!
Il Principe Mahavira diede via tutti i suoi possedimenti e divenne un
asceta vestito solo di un telo leggero.
Il cuore di Mahavira traboccava di equanimità e di compassione.
Sul suo volto, un sorriso spontaneo di beatitudine.
Camminava con passo sicuro e deciso nelle giungle più pericolose
senza esitare.
Un pomeriggio sentì un debole richiamo provenire da dietro di
lui.
Un debole e malato Bramino, muovendosi adagio con l’aiuto di un
bastone, lo raggiunse e crollò ai suoi piedi.
Lacrime scendevano dai suoi occhi; sul suo viso, un’espressione di
sofferenza.
Con umiltà chiese: “Principe! Per favore aiutami, dammi
qualcosa, toglimi dalla povertà!”
Mahavira riconobbe il vecchio e si ricordò di Som Sharma della
città di Brahmankund.
Molto tempo prima apparteneva alla corte del Re Siddhartha.
Il Re lo manteneva con tutto ciò che desiderava.
Era felice, allora...
Ma, dopo la morte del Re, non l’aveva più visto.
Som Sharma gli disse: “Principe, ho vagato da uno Stato all’altro dopo
la morte del Re Siddhartha, il mio protettore. Dovunque
andavo,
la cattiva sorte mi seguiva. Dopo due anni di vagabondaggio sono
tornato a casa stamattina; i miei parenti mi hanno informato che tu
avevi già dato via tutte le tue ricchezze e reso ricca molta
gente. Principe! Per favore, sollevami dalla povertà con le tue
mani gentili e generose!”
Mahavira era pieno di compassione ma ormai non aveva più niente
da offrire.
Usò quindi il suo telo: lo divise in due e ne diede una parte al
Bramino.
Il Bramino era pieno di gioia.
Prese la veste e la portò a un sarto per chiederne il valore.
Il sarto esclamò: “Bramino, come hai avuto questa veste divina?
È solo una parte di un intero. Se mi puoi portare anche l’altra
metà sarò in grado di rimetterla insieme e potrai
rivenderla per centomila monete d’oro.”
Il Bramino corse dietro a Mahavira ma non ebbe il coraggio di mostrarsi
così avido.
Così lo seguì sempre e dovunque andasse.
Dopo circa un anno l’altro pezzo di stoffa scivolò via dalle
spalle di Mahavira.
Som Sharma lo prese, lo portò dal sarto e vendette il divino
telo al Re Nandivardhan per centomila monete d’oro.
Mahavira
e il pastore
Un giorno il Signore Mahavira, dopo aver vagato da un posto all’altro,
si fermò sotto un grosso albero, subito fuori da un villaggio, a
meditare.
Mentre meditava, arrivò un pastore con le sue mucche.
Stava cercando qualcuno che badasse agli animali per poter svolgere
alcune commissioni.
Chiese a Mahavira se poteva accudire gli animali per qualche ora.
Il Signore Mahavira era immerso in una meditazione così profonda
che non lo udì e non si accorse di niente ma il pastore se ne
andò, convinto che Mahavira avesse accolto la sua richiesta di
badare alle mucche.
Nel frattempo, le mucche iniziarono a pascolare nei dintorni cercando
l’erba preferita.
Qualche ora dopo, il pastore tornò e tutte le mucche erano
disperse.
Chiese a Mahavira: “Dove sono finite le mie mucche? Che cosa ne hai
fatto?”. Il Signore Mahavira era ancora immerso nella meditazione e non
rispose.
Il pastore iniziò a cercare le sue mucche.
Cercò e cercò ma non le trovò.
Mentre era in giro a cercare, le mucche ritornarono nel posto in cui
Mahavira stava meditando.
Quando il pastore tornò, sorprendentemente, tutte le mucche
erano vicine a Mahavira che, distaccato da tutto, continuava a meditare.
Il pastore si arrabbiò molto perché credette che Mahavira
le avesse nascoste per appropriarsene.
Prese la frusta e stava per iniziare a frustarlo quando un Angelo scese
dal cielo e gli bloccò il braccio.
“Non vedi che il Signore Mahavira è immerso nella meditazione?”
chiese l’angelo.
“Ma mi ha ingannato!” disse il pastore.
L’Angelo rispose: “Lui è un illuminato. Non è legato alle
tue mucche né a nient’altro che faccia parte del mondo. È
immerso nella meditazione e non ti può sentire. Non ha fatto
niente. Avresti accumulato karma negativo nel fargli del male.”
Il pastore si rese finalmente conto di aver commesso un errore. Si
scusò con Mahavira e se ne andò in silenzio.
Anche l’Angelo tornò nella regione celeste, felice per aver
evitato sofferenze a Mahavira.
Il tempio
degli scheletri
Continuando nel suo vagabondare, Mahavira arrivò un giorno in un
villaggio vicino al fiume Vegvati.
Subito fuori dal villaggio, su una piccola collina, c’era un tempio
circondato da tantissime ossa e scheletri.
Considerandolo un posto particolare ma appropriato per la meditazione,
chiese il permesso agli abitanti del villaggio di utilizzarlo.
Molte persone andarono a rendere omaggio all’asceta Mahavira e lo
informarono che, una volta, il povero villaggio era una grande e
prosperosa città.
Tutto era cambiato da quando il demone Shulpani Yaksha, che danzava e
rideva sopra cumuli d’ossa, aveva trasformato la città di
Vardhaman in Asthikgram, il villaggio delle ossa.
Questi si era impadronito del tempio e non permetteva a nessuno di
uscirne vivo.
Tutti cercarono di dissuadere Mahavira dall’andare al tempio.
Ma Mahavira era determinato a togliere le radici della paura e gettare
i semi del coraggio.
Insistette e, alla sera, era completamente immerso nella meditazione
proprio fuori dal tempio.
Quando scesero le tenebre, l’aria si fece piena di suoni da brivido.
Shulpani, il demone con la lancia, apparve nel cortile ed emise suoni
di tromba paurosi.
Era molto sorpreso di vedere un essere umano in meditazione senza paura.
Produsse tuoni che fecero vibrare le pareti del tempio ma l’asceta non
si mosse.
Fece apparire un elefante pazzo che minacciò Mahavira con zanne
terrificanti, poi un fantasma orribile che cercò di
terrorizzarlo, e ancora un serpente nero che lo attaccò con i
suoi denti e il suo respiro velenoso.
Alla fine, gli creò dolore in punti delicati del corpo (occhi,
orecchie, naso, testa, denti, unghie e schiena).
Ma Mahavira aveva una capacità illimitata di sopportare il
dolore.
Anche quelle estreme agonie non riuscirono a togliere serenità
al Signore Mahavira.
Esaurite tutte le sue demoniache energie, Shulpani iniziò a
preoccuparsi.
Pensò di avere a che fare con una potenza divina troppo forte,
che, volendo, avrebbe anche potuto distruggerlo.
Immediatamente, una luce divina illuminò la sua anima.
Pian piano la sua rabbia si dissolse, la sua paura scemò e un
senso di beatitudine lo riempì.
Con profonda umiltà chiese perdono a Mahavira.
Mahavira aprì gli occhi e, alzando una mano, disse: “Shulpani!
La rabbia crea rabbia e l’amore crea amore. Se non causi paura, sarai
libero da tutte le paure. Distruggi dunque il veleno della rabbia che
ti corrode!”
Il cobra Chandkaushik
Questa è una avventura capitata al ventiquattresimo Tirthankara
Mahavira quando era un monaco.
Egli era solito digiunare, meditare e fare penitenze.
Camminava a piedi nudi da un posto all’altro, di villaggio in villaggio.
Un giorno decise di andare al villaggio di Vachala. Usando la
strada più diretta era necessario passare attraverso una foresta
dove viveva un famoso serpente cobra velenoso chiamato Chandkaushik.
Si diceva che Chandkaushik potesse uccidere una persona anche soltanto
fissandola con il suo sguardo cattivo e feroce.
Tutte le persone dei villaggi vicino alla foresta vivevano nel terrore
assoluto.
Quando gli abitanti del villaggio seppero dell’intenzione di Mahavira
di attraversare la foresta, lo pregarono di prendere un’altra strada .
Ma Mahavira non aveva paure e praticava la massima Nonviolenza.
Non odiava nessuno e considerava la paura e l’odio come violenza verso
se stessi.
Era in pace con se stesso e con tutte le altre creature viventi.
C’era sempre un’espressione di serenità e di compassione sul suo
volto.
Convinse tutti a lasciarlo andare e si incamminò per il
pericoloso sentiero.
Dopo un po’ notò che la bella terra verde sfumava in un deserto.
Alberi e piante erano morte.
Seppe così di essere arrivato nella terra di Chandkaushik.
Mahavira si fermò per meditare. Pace, tranquillità e
compassione per tutti gli esseri vivente fluirono nel suo cuore.
Chandkaushik sentì che qualcuno si era introdotto nel suo
territorio e uscì dalla sua tana.
Non senza sorpresa, vide un uomo tranquillamente seduto e divenne
immediatamente furioso pensando: “Come osa costui venire nella mia
terra!”.
Chandkaushik iniziò a soffiare a Mahavira per spaventarlo.
Non riusciva a comprendere la tranquillità di Mahavira.
Divenne ancora più furioso, si avvicinò ancora a
Mahavira, pronto a morderlo.
Non vide intenzioni di fuga da parte di quest’uomo che non sembrava per
niente spaventato.
Tutto ciò rese Chandkaushik ancora più cattivo,
iniziò a mordere e, per tre volte, iniettò il veleno a
Mahavira.
Il veleno non infettò Mahavira né disturbò la sua
meditazione.
Chandkaushik non era preparato a questo.
Divenne ancora più furioso e morse il piede di Mahavira.
Quando guardò ancora l’uomo, fu sconvolto dal fatto che, non
solo non gli era successo niente, ma, invece di sangue, usciva latte
dalle ferite.
Mahavira aprì gli occhi. Era tranquillo e totalmente privo di
paura o rabbia.
Guardò Chandkaushik negli occhi e gli disse: “Svegliati!
Svegliati Chandkaushik! Pensa a che cosa stai facendo!”
C’erano amore e compassione nelle sue parole.
Chandkaushik si calmò immediatamente e provò la
sensazione di aver già conosciuto quell’uomo.
Immediatamente ricordò le vite precedenti.
Chandakaushik realizzò la verità, comprese dove lo
avevano portato la rabbia e l’ego delle sue vite precedenti.
Pacificamente appoggiò la testa al suolo.
Mahavira riprese il suo cammino.
Chandkaushik, ormai in pace, entrò nella tana solo con la testa,
lasciando fuori il suo corpo.
Dopo un po’, quando le persone seppero che Chandkaushik non era
più pericoloso, mosse dalla curiosità, andarono a vederlo.
Lo trovarono disteso in pace.
Alcuni iniziarono a idolatrarlo e gli offrirono cibo.
Altri invece, arrabbiati per aver perso a causa sua persone amate, gli
tirarono pietre e lo colpirono con bastoni.
Il sangue del serpente attirò molte formiche che iniziarono a
cibarsi delle carni di Chandkaushik.
Chandkaushik, bastonato e ferito, rimase calmo, in pace, senza
più rabbia.
Questo autocontrollo dei propri istinti distrusse il karma negativo
accumulato in passato.
E così, alla fine della sua vita, il cobra Chandkaushik fu
liberato dalle rinascite.
Il periodo di dodici anni di pratiche spirituali del Signore Mahavira
gettò le basi del cammino per il raggiungimento dell’onniscienza
e della condizione di Illuminato.
Dopo la Sua piena Illuminazione, Egli dedicò i rimanenti
trent’anni della Sua vita al benessere di tutte le creature viventi. In
questo periodo Egli rivoluzionò il pensiero umano, sconvolse
molte false dottrine e attaccò tanti dogmi tradizionali. Le Sue
azioni e i principali contributi nel campo del benessere umano e
animale si possono così sintetizzare:
1. Mahavira si oppose ai sacrifici animali e umani, alle
superstizioni che popolavano l’India e ai rituali creati per
ottenere benefici per la vita successiva. Come alternativa, diffuse il
cammino della Nonviolenza (Ahimsa) basato sull’impegno e sugli sforzi
personali del singolo individuo, senza la possibilità di
delegare a rituali o a intermediari.
2. Abolì la tradizione ormai consolidata di non permettere
alle donne in generale e a uomini e donne delle caste più basse
il diritto allo studio e alla partecipazione ai rituali religiosi. Fu
così coraggioso e saggio da iniziare allo studio religioso e
filosofico persone di tutti i ceti sociali. Fornì uguali diritti
allo studio per tutti. Con successo eliminò il sistema delle
caste in tutte le aree in cui il Suo pensiero si diffuse.
3. Sotto la Sua influenza, lo status normale basato sulle caste, il
benessere, la ricchezza e la potenza fu sostituito da un altro basato
su valori etici e morali.
4. Parlò alle persone con la lingua comune e non
utilizzò il Sanscrito, il linguaggio degli istruiti e delle
classi più elevate.
5. Per gli asceti della Sua scuola, Mahavira promosse l’idea
di
un cammino di distacco dai piaceri, attraverso penitenze,
austerità e meditazione. Ancora oggi gli ordini monastici ed
ascetici si fondano sul distacco, l’equanimità, la
consapevolezza, la Nonviolenza e la disciplina.
6. I Suoi seguaci provenivano da tutte le classi sociali ed
erano
sia uomini che donne, con larga presenza di queste ultime; ancora oggi,
l’ordine monastico jainista è formato prevalentemente da
monache, le quali sono generalmente insegnanti.
Intorno al 1133 il regno di Kumarpal,
Re del Gujarat, Stato dell’India
occidentale, fu largamente influenzato dal grande maestro Jain Acharya
Hemchandra, seguace di Mahavira. Il Re era così ispirato
dai Suoi insegnamenti sull’Ahimsa e la Compassione che aveva
introdotto nell’intero Stato il divieto di uccidere gli animali per
cibo, per sport, per divertimento.
8. In sintesi, gli originali contributi di Mahavira furono:
la
dottrina dell’Ahimsa (Nonviolenza) e il codice della relatività
della conoscenza e della molteplicità dei punti di vista
(Anekantavada) che divennero le basi della moderna Dottrina spirituale
jainista.
Per approfondire:
http://www.jaingranth.com
http://www.jainworld.com
http://www.acharyasunilsagar.com
http://www.cs.colostate.edu/~malaiya/jainhlinks.html
http://www.angelfire.com/co/jainism
http://www.fas.harvard.edu/pluralsm/affiliates/jainism
http://www.jainsamaj.org
http://www.jainmeditation.org
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